Cori di critiche al giudice fiorentino per due interviste dopo il processo

Sentenza Meredith: ora spunta il «caso» Nencini

di Sandro Addario - - Cronaca, il Blog di Sandro Addario, Lente d'Ingrandimento

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Foto Riccardo Sanesi/LaPresseFirenze 30 01 2014 Palazzo di Giustizia processo bis del omicidio di Merideth, giornata della sentenza.Nella foto:

Il presidente Alessandro Nencini legge il dispositivo della sentenza al processo di appello bis per l’omicidio di Meredith

FIRENZE – Dopo poche ore dalla sentenza sul caso Meredith, ecco che spunta il «falso» caso Nencini. Occhi e riflettori sono ora puntati sul presidente della seconda sezione della Corte d’Appello di Firenze Alessandro Nencini, il cui collegio  ha condannato a 28 anni e mezzo Amanda Knox e a 25 anni Raffaele Sollecito. Non per discutere sulla sentenza (la quarta, in una giustizia – come quella italiana – che i giornali americani chiamano «bizantina») ma per criticare l’operato del giudice fiorentino, che all’indomani di un verdetto atteso in Italia e all’estero ha rilasciato due interviste al Corriere della Sera e a Il Messaggero.it, dove ha spiegato il clima in cui si è arrivati alla sentenza, rimandandone i dettagli alla motivazione che verrà depositata, come previsto, tra qualche tempo.

BUFERA – Ed è stata la bufera. È partito il fuoco incrociato di avvocati della difesa, la stessa Associazione nazionale magistrati, un consigliere del Csm: tutti con il dito puntato per definire quanto meno inopportune le due interviste di Nencini. Un «caso» che in realtà non c’è. Vediamo perché.

INTERVISTACosa ha detto il giudice alle due giornaliste che sono riuscite ad avvicinarlo? Ha spiegato che «infliggere condanne da 25 e 28 anni a due ragazzi è una cosa emotivamente molto forte» e che occorreva una serena decisione condivisa con i giudici popolari, che ogni volta che «tornavano a casa venivano bombardati da informazioni» spesso discordanti, da parte dei mass media. Sul mancato interrogatorio di Raffaele Sollecito, dallo stesso rifiutato come scelta della difesa, Nencini ha detto che «è un diritto dell’imputato, ma certamente priva il processo di una voce. Lui si è limitato a dichiarazioni spontanee, ha detto solo quello che voleva senza sottoporsi al contradditorio».

MOVENTE – Un cenno infine alle circostanze dell’omicidio. «Il movente è un problema che la sentenza affronterà» ha detto rimandando ancora una volta alla futura motivazione, ma precisando «se Amanda quella sera fosse andata al lavoro probabilmente l’omicidio non sarebbe mai successo». Tutto successo per una tragica casualità insomma.

DIFESA ALL’ATTACCO – «Ricordiamo a tutti che ai magistrati compete il potere di giudicare – ribattono i difensori di Sollecito Giulia Bongiorno e Luca Maori – non quello di intromettersi nelle scelte della difesa e di commentarle pubblicamente. Nei prossimi giorni valuteremo le iniziative da intraprendere».  «Non entro nel merito dell’intervista – dice con particolare sollecitudine il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rodolfo Maria Sabelli – ma il fatto che il presidente del collegio giudicante rilasci delle dichiarazioni prima del deposito delle motivazioni e il giorno dopo una sentenza che è all’attenzione pubblica, è di per se inopportuno».  Rincara la dose il consigliere laico del Csm (in quota Forza Italia) Nicolò Zanon che dice all’Ansa: «Il caso è sicuramente grave. Lunedì decideremo se chiedere l’apertura di una pratica in Prima Commissione». Che al Consiglio Superiore della Magistratura è quella che si occupa delle «incompatibilità» dei magistrati con il proprio incarico e deciderne l’eventuale trasferimento ad altra sede.

FALSO BERSAGLIO – Premesso che la sentenza è ormai «blindata» con l’avvenuta lettura del dispositivo, e che pertanto nessuno può ragionevolmente credere di rimetterla in discussione, sullo sfondo non è difficile ipotizzare che il caso Nencini diventi un «non caso». Il giudice fiorentino ha tutta l’aria di apparire un «falso bersaglio», come direbbero i militari. Attaccare lui ma puntare più in alto. E più in alto c’è la Corte di Cassazione, il cui presidente di sezione Antonio Esposito condannò in via definitiva Silvio Berlusconi per frode fiscale. Qualche giorno dopo la lettura della sentenza Espositò ne anticipò di fatto le motivazioni in un’intervista pubblicata (era il 6 agosto 2013) dal quotidiano Il Mattino di Napoli, che poi però lo stesso Esposito definì «manipolata».  Il Consiglio superiore della Magistratura esaminò il caso ma decise poi di archiviarlo il 13 novembre e di non trasferire il presidente Esposito.

POLITICA – Finirà così anche per il presidente Alessandro Nencini del caso Meredith oppure il giudice fiorentino sarà sanzionato e trasferito per «incompatibilità ambientale»? E in questo caso si potrebbe riaprire il «caso Esposito»? La partita è tutta da giocare. E in tal caso, ancora una volta, la politica entrerebbe nelle aule di giustizia, non da imputato ma da regista. Ed è quello che nessuno vorrebbe.

 

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Sandro Addario

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Giornalista

Commenti (2)

  • paolo

    |

    Se certi magistrati malati di protagonismo non rilasciassero interviste a nessun titolo, non rischierebbero di essere fraintesi.
    In questo caso, c’era davvero la necessità di esprimere ai giornalisti quelle che in fondo erano solo sue impressioni?

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  • Giancarlo Rossi

    |

    I giurati sono condizionati dal bombardamento dei media. Il presidente cerca di tenerli nel contesto del processo, ma poi non riesce a trattenersi dall’esternare, malato anch’egli di incontinenza verbale. I media, si dice, fanno il loro mestiere senza codice deontologico, pur di vendere il prodotto senza curarsi delle conseguenze negative che generano sul sistema giustizia. Ecco che anche la sentenza più giusta non raggiunge lo scopo di essere credibile ed accettata dai cittadini. Chi allora potrebbe negare che per evitare di arrivare alla giustizia amministrata in tv tipo forum, occorre una riforma dei magistrati?

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