Dopo l'attentato all'Università di Garissa

Kenya: Pasqua in un Paese che non si arrende al terrorismo. La testimonianza dei cristiani dell’orfanotrofio di Ndaragwa (foto)

di Niccolò Di Pietro - - Cronaca, Reportage

Stampa Stampa

NAIROBI – «Il paese è sicuro, gli stessi musulmani kenioti sono contro i terroristi», assicura Daniel, mentre accompagna i volontari del Rotaract all’aeroporto. La loro settimana presso l’orfanotrofio di Ndaragwa, duecento chilometri a nord di Nairobi, si è appena conclusa. Ventiquattro ore più tardi la notizia delle 148 vittime cristiane nell’università di Garissa, capitale della provincia del nord-est. Suor Teresa, dall’orfanotrofio, non nasconde lo sgomento: «Erano tutti ragazzi giovani con grandi speranze nella vita. Continuano a dire che è stato al Shabaab, ma noi abbiamo forti dubbi perché stanno uccidendo solo cristiani. Pregate per il nostro paese». E le suore riprendono le celebrazioni del venerdì santo, giorno della morte di Gesù. Il timore si insinua nella vita a Casa Maria, l’orfanotrofio voluto da Rotary e Rotaract italiani, dove vivono 169 bambini. Questa comunità vive una Pasqua di frontiera, stretta in una spirale fra paura e speranza.

L’ORFANOTROFIO Che la speranza sia più forte di ogni timore lo si vede dalla cura e dall’impegno che sono stati messi in questo progetto. Si è lavorato e operato in nome di Cristo, per aiutare i bambini che sarebbero inesorabilmente abbandonati a se stessi. Ecco Casa Maria. Edifici in muratura con i tetti di lamiera intorno ad un prato verde e campi coltivati, nella terra nera e rossa dell’Africa equatoriale. Prima di tutto, le grandi cisterne d’acqua per irrigare e far funzionare i bagni. Poi gli animali, galline e conigli. L’impianto di biogas ancora non funziona: «Abbiamo provato ma non ci riesce», confessa suor Lidia, la prima responsabile. L’orfanotrofio di Ndaragwa, che qui chiamano Baldo’s house, è un esempio ben riuscito di organizzazione. Tre suore della congregazione Piccole figlie di san Giuseppe gestiscono la struttura; a loro si aggiunge Carolina, novizia venticinquenne che prenderà il velo a dicembre. Sono keniote, ma ognuna di loro ha alle spalle un viaggio in Italia, la loro casa madre è a Verona.

CALCIO E MUSICA La mattina, campanella alle sette: tutti a scuola. Dalla grande cucina, con i fornelli a legna, esce la colazione per tutti; ogni sera alle quattro si mungono le mucche. Joseph Ogala, 29 anni e una moglie che lavora come cuoca per le suore, sforna il pane per tutti. La sua storia parla per lui: prima di essere impiegato qui come fornaio, anni fa, era uno dei bambini dell’orfanotrofio. Ama il calcio ed ha organizzato un torneo che coinvolge le scuole vicine. «Chelsea» e «Arsenal», si sente dire per le strade. Certificazione che il calcio italiano è sparito dai radar internazionali. Nel grande campo in erba secca si affrontano due squadre miste, uomini e donne. Le casacche sono quelle granata e bianche del Torino, dono di un rotariano di indubbia provenienza. L’arbitro è costretto ad interrompere la partita per l’invasione di campo di una mucca. A bordo campo, stormi di bambini partecipano al gioco con grida e canti. La musica è connaturata a grandi e piccini. Senza bisogno di alcuno strumento, le voci si accordano in melodie. Nella celebrazione della domenica delle palme vibrano i rami delle palme tenuti in alto da una chiesa stracolma. Il coro occupa la parte centrale delle panche. Il ritmo è contagioso, lo stesso celebrante parla accalorato alternando frasi in inglese alla lingua di base, il kikuyu. Tutti sono per lo meno trilingui. La tribù più diffusa in questa parte del Kenya sono i kikuyu; i bambini studiano fin da subito il swahili (la koinè africana) e l’inglese. Se poi sono di un’altra tribù allora impareranno anche il kikuyu e conosceranno quattro lingue.

AL SHABAAB I volontari dall’Italia si alternano fra lavoro nei campi e con i bambini. C’è da piantare il mais, tagliare la legna, fare i compiti di scienze e religione la sera. Il trapano del dentista non funziona e neanche lo sfigmomanometro dell’ambulatorio. «Jambo, karibuni», dicono tutti, «benvenuti». I volontari sperimentano la sensazione di sentirsi «mzungu», gli unici bianchi. Molti dei bambini forse non ne hanno mai visto uno e guardano meravigliati e toccano i capelli. A maschi e femmine vengono rasati a zero, come misura igienica. «Sembra impossibile che possa esistere l’odio feroce e la follia omicida appena fuori da questo cancello», commenta uno dei ragazzi del Rotaract. Al Shabaab, i «giovani» in arabo, è il gruppo jihadista somalo che ha rivendicato l’attentato. Nell’ultimo comunicato, ritenuto autentico e datato 4 aprile, minacciano una «lunga e terribile guerra» ed un «nuovo bagno di sangue in Kenya». La sua colpa è avere eletto l’attuale governo ed avere una popolazione in parte cristiana. «Pregate per il nostro paese», chiedono le suore di Casa Maria. Mentre aumentano gli zeri al totale dei cristiani trucidati per la loro fede. E la denuncia del papa risuona davanti al Colosseo, nella notte della via crucis del venerdì santo: «Vediamo ancora oggi i nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per la loro fede in te, sotto i nostri occhi e spesso con il nostro silenzio complice».

 

Tag:, , ,

Niccolò Di Pietro

Niccolò Di Pietro

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.