La mozione di Matteo Renzi approvata con soli 190 voti su 320

Il Pd si spacca sull’Italicum e rischia la scissione. La minoranza esce dall’assemblea e non vota. Speranza si dimette da capogruppo

di Redazione - - Cronaca, Politica

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renzi

ROMA – Deflagra in un’infuocata assemblea notturna, lo scontro interno al Pd sulla legge elettorale. All’ennesimo appello della minoranza a modificare l’Italicum, Matteo Renzi dice no. E avverte che lo stesso destino del governo è legato “nel bene e nel male” all’approvazione di questo testo così com’è, senza cambiare neanche una virgola. E’ il fallimento di ogni tentativo di mediazione: Roberto Speranza ne trae le conseguenze e si dimette da capogruppo. La minoranza chiede di sospendere i lavori dell’assemblea, ma si va avanti. E allora Civati, Bindi, Fassina, D’Attorre e altri si alzano e vanno via. Pier Luigi Bersani resta e parla: “Se si vuole, si può cambiare. Se non volete farlo, non sono convinto, se si va avanti così non ci sto”. Alla fine il sì all’Italicum passa con 190 voti, l’unanimità dei presenti mentre all’appello mancano tutti gli esponenti della minoranza, i non votanti sono stati 120: quasi un terzo del gruppo.

Renzi, nel suo intervento di replica, ribadisce le sue ragioni ma chiede a Speranza una ulteriore riflessione sulle ragioni delle sue dimissioni e propone una assemblea ad hoc per la prossima settimana. Area riformista, la componente di Speranza, decide di non partecipare al voto dell’assemblea ma resta, perché non si interpreti la rottura come un preannuncio di scissione. La situazione è ancora recuperabile, secondo i più moderati: anche le dimissioni del capogruppo, sottolinea Matteo Mauri, non sono “definitive”.

Nell’aprire l’assemblea dei deputati, Renzi è moderato nei toni, netto nella sostanza: è l’ora di “chiudere la discussione sulla legge elettorale in modo definitivo”, scandisce subito. Nessuna sorpresa per la minoranza: a Roberto Speranza e Gianni Cuperlo, che tentavano un’estrema mediazione, nel pomeriggio il segretario-premier ha offerto ben pochi margini. Unica concessione: l’apertura a “ulteriori modifiche alla riforma costituzionale”, che è all’esame del Senato. Ma la richiesta di cambiare il testo dell’Italicum viene respinta. Non solo, spiega il premier, perché ‘tecnicamente’ la legge è “in linea con quanto proposto sin dai tempi dell’Ulivo”, sia perché politicamente è l’ora di chiudere il capitolo delle riforme e andare avanti con l’agenda del governo, dai decreti fiscali, in Cdm il 21 aprile e il 16 giugno, alle intercettazioni (“Bisogna chiudere la partita”) al contrasto alla povertà.

Renzi mette ai voti la sua linea, già approvata a maggioranza dalla direzione Pd: approvare in via definitiva la legge elettorale alla Camera a maggio. Il premier non fa nessun accenno alla possibilità – contro la quale i partiti di opposizione si sono appellati al presidente Mattarella – di mettere la fiducia in Aula. Ma neanche la esclude. E soprattutto avverte che all’Italicum “questo governo è totalmente legato nel avverte che all’Italicum “questo governo è totalmente legato nel bene e nel male”, anche perché il testo è frutto di un accordo nella maggioranza che ha portato all’abbassamento delle soglie di sbarramento in cambio del premio alla lista e non alla coalizione. Se crolla la legge elettorale, è il sottotesto, rischia di crollare il governo.

E’ un invito a ritrovare l’unità e andare avanti, quello che rivolge Renzi ai suoi deputati. “La mediazione sulla legge c’è stata: basta toni da Armageddon”, soprattutto – afferma – per non prestare il fianco agli “sciacalli” che ci sono fuori. Ma la minoranza dem guarda alla sostanza. Il “dissenso sull’Italicum è profondo”, dice Speranza, che parla subito dopo il premier. Conferma il sostegno al governo e al Pd, ma ammette la personale sconfitta: “Non sono nelle condizioni di guidare questa barca perciò rimetto il mio mandato di presidente e non smetto di sperare che questo errore che stiamo commettendo venga risolto”. Gianni Cuperlo prende la parola per chiedere di sospendere l’assemblea: non si può andare avanti senza capogruppo. Rosy Bindi chiede a Renzi “l’atto magnanimo” di fermare i lavori, per una questione di “stile e sensibilità”. Ma si va avanti. Stefano Fassina e Pippo Civati vanno via. Con loro Bindi e altri. “Ci vediamo in Aula”, annunciano. Ma la riunione prosegue con Dario Franceschini che prende la parola per dire che dopo aver “ripreso per i capelli la legislatura non si può mandare tutto in fumo” e invita a chi, come Bersani e Cuperlo ha avuto responsabilità nel partito, a non andare via, non promuovere fratture. Bersani coglie la disponibilità di Renzi a mediare sulla riforma costituzionale, ma chiede modifiche sostanziali: non basta una correzione di facciata.

D’Attorre afferma: “Credo che ci sia una responsabilità molto grave del segretario, che ha determinato questa spaccatura ed è sconcertante non essersi fermati dopo l’annuncio delle dimissioni da parte di Roberto Speranza. Da quanto si è appreso l’assemblea del gruppo Pd alla Camera per discutere delle dimissioni del presidente Roberto Speranza si svolgerà la prossima settimana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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