Le proposte di riforma del regime pensionistico penalizzano i soliti noti

Statali: in pensione anche a 62 anni. E Boeri (Inps) vuole introdurre l’assegno di povertà: facendolo pagare ai pensionati

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Politica, Primo piano, Top News

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Renzi-Madia

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ROMA – Le amministrazioni pubbliche potranno obbligare i propri dipendenti ad andare in pensione anticipata anche prima che abbiano compiuto i 62 anni. La conferma, arrivata attraverso una nota del Dipartimento della Funzione pubblica, rientra nella strategia annunciata un anno fa dal governo per “svecchiare” gli organici pubblici anche con l`idea, finora rimasta piuttosto teorica, di favorire le assunzioni di giovani. In realtà un’azione di questo tipo era già stata realizzata nel 2012 dal Ministero dell’Interno, allora gestito da Annamaria Cancellieri, con il pensionamento anticipato di 20 prefetti sessantacinquenni che avevano invece il diritto di raggiungere i 66 anni d’età. Il provvedimento in base al quale erano stati decretati i pensionamenti si è rivelato illegittimo ed è stato poi annullato dal Tar del Lazio.

RIFORMA – Il governo ha quindi provveduto diversamente e, con il decreto legge di riforma approvato definitivamente nell’agosto scorso, ha introdotto tra le altre due novità : l`abolizione del trattenimento in servizio (ovvero la possibilità  per i dipendenti di restare volontariamente al lavoro pur avendo maturato i requisiti per la pensione, che quindi permaneva ancora) e il rafforzamento di una norma che consente allo Stato, agli enti locali ed alle altre amministrazioni di risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro – con un preavviso di sei mesi – quando il dipendente ha raggiunto i requisiti per la pensione anticipata, ovvero nel 2015 42 anni e sei mesi di contributi per gli uomini e 41 e 6 mesi per le donne. Il decreto sulla Pa subordinava la possibilità  di estromettere il dipendente al fatto che il pensionamento prima dei 62 anni non comportasse uno svantaggio economico. Dunque le risoluzioni del contratto potranno essere disposte sia per coloro che avevano già  raggiunto la contribuzione necessaria prima del 2015 e sono rimasti in servizio, sia per gli altri che invece matureranno il diritto alle pensione di anzianità successivamente.

INPS – Nel frattempo l’Inps torna alla carica in merito ai contributi sulle pensioni alte, e presenterà a giugno una proposta per introdurre «un reddito minimo garantito per le persone tra i 55 e 65 anni». Boeri, presidente dell’Istituto previdenziale, ha affermato che «uno dei problemi più seri che noi vediamo è quello della generazione tra i 55 e i 65». Aggiungendo: «Riteniamo che ci siano persone che hanno delle pensioni molto alte che non sono giustificate dai contributi che hanno versato durante l’intero arco della vita lavorativa (Quali? Se lo sa li indichi senza mettere nel calderone chi ha pagato contributi salatissimi e tasse esosissime per oltre 40 anni ndr). A mio giudizio c’è un problema di equità che andrebbe affrontato». In particolare – è l’ipotesi – «si può chiedere a queste persone di poter dare qualcosa per contrastare la povertà, soprattutto nella fascia 55/65 anni». Dunque il presidente insiste, nonostante le numerose smentite, ultima quella del Ministro del welfare Giuliano Poletti, e afferma che l’Inps ha il diritto di fare proposte, poi le decisioni le prende il Governo. La domanda che sorge spontanea è questa: viviamo ancora in uno Stato di diritto, oppure il primo che si sveglia detta legge a piacimento? Con la stessa disinvoltura del professor Boeri, ai pensionati eventualmente penalizzati dalle sue singolari idee potrebbe venire in mente di smettere di pagare tasse e balzelli. Si rende conto il presidente dell’Inps che infrangendo regole consolidate e previste dalla legge si può dare il via a qualsiasi deriva? Sembra proprio di no, ma qualcuno dovrebbe farglielo capire.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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