Addio a uno straordinario personaggio che fece sognare Firenze

E’ morto Bruno Pesaola, allenò la Fiorentina campione d’Italia 1968-69

di Sandro Bennucci - - il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Sport

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Bruno Pesaola

Bruno Pesaola

Se n’è andato a 89 anni, Bruno Pesaola, detto il Petisso, ossia il Piccoletto: per molti solo un ex calciatore venuto in Italia dall’Argentina, oppure un ex allenatore. Per l’appunt0 quello che guidò la Fiorentina yè-yè di Esposito, De Sisti, Merlo, Chiarugi alla conquista del secondo scudetto (il primo risaliva al campionato 1955-56, con l’ allenatore Fulvio Bernardini). Pesaola riuscì a fare il suo capolavoro nella stagione 1968-69… Ecco, per fortuna non mi vedete: perché mentre scrivo mi si inumidiscono gli occhi. Motivo? Pesaola ha rappresentato per il calcio italiano, e naturalmente per la Fiorentina, un miracolo: quello di rompere l’asse Milano-Torino, oppure quello, un po’ più fragile, fra Roma e Napoli, per portare lo scudetto in una geniale città artigiana. A me, però, ricorda il debutto nel giornalismo di serie A, gli articoli su “Stadio” e  su “La Nazione” (nonostante avessi solo 18 anni), nell’anno della splendida cavalcata della Viola verso il secondo titolo italiano. Pesaola mi aiutò a muovere i primi passi mettendosi sempre a disposizione: mi aiutava perché ero davvero un cronista in erba e con poca barba sul mento. Lo vedevo come un insuperabile maestro:  in campo e fuori. Arguto. Dalla battuta pronta. Capace di fumare 20-30 sigarette durante la partita. Intorno alla panchina, dopo 90 minuti, c’erano mucchi di cicche.

BAGLINI – Come fece Pesaola a portare lo scudetto in riva all’Arno? Ecco, dimenticata in fretta l’alluvione del 1966, Firenze aveva cominciato a guardare avanti, come sempre, con grande capacità c reativa e passione artigiana. Nello Baglini, industriale dell’inchiostro, seppe riscrivere una società all’avanguardia pur senza disporre dei capitali dei capitani d’industria del nord, come Angelo Moratti (padre di Massimo), che con il petrolio ed Helenio Herrera aveva portato l’Inter sul tetto del mondo. La Fiorentina aveva vinto la Coppa Italia nella stagione 1965-66 grazie a quei ragazzi, gli yè-yè, che facevano impazzire squadroni più famosi e costosi. Gli scopritori, o meglio i seminatori, erano stati Beppe Chiappella e Andrea Bassi, tecnico meno famoso ma dai modi sbrigativi ed efficaci. I risultati erano stati altalenanti. Durante la stagione 1967-68 Chiappella venne esonerato. Andò al Napoli. Da dove arrivò, appunto, Bruno Pesaola, argentino-napoletano veracissimo. Con la passione per la canzone napoletana: non faceva partire la squadra per le trasferte se sul pullman non c’erano i dischi di Peppino Gagliardi. Superstizioso? Di più. Ma soprattutto profondo conoscitore di pallone. Aveva fatto dei bei gol, a Napoli, come giocatore. E si era distinto anche in panchina. E quando arrivò a Firenze si rese conto che quei giovani giocatori (Superchi, Rogora, Mancini, Esposito, Ferrante, Brizi, Rizzo, Merlo, Maraschi, De Sisti e Chiarugi) erano quasi perfetti. Ecco: quasi.

AMARILDO – Non a caso, Baglini gli chiese che cosa mancasse per vincere qualcosa. Lui, pacato, rispose: un fuoriclasse da tre quarti in su. L’idea venne quando i giornali scrissero che il Milan si sarebbe disfatto di Amarildo, vice Pelè nel Brasile campione del mondo nel 1962. Amarildo era stato un vecchio pallino della Fiorentina. Ma anche della Juve. Fra i due litiganti spuntò il Milan. Che non era poi entusiasta del brasiliano. Il problema? A quanto pare la sorella Niceja, manager del giocatore. Piccosa quanto lui.  Il Milan non ne poteva più.La Fiorentina fece avvicinare la signora Tavares de Silveira (vero cognome di Amarildo) da un suo dirigente assai distinto, un vero signore: Renzo Conti Lapi, proprietario di alberghi. Che si presentò a Milano con un mazzo di rose e un contratto firmato da Baglini. Niceja Tavares de Silveira fu conquistata. Affare fatto: Amarildo accettò di venire a Firenze, dove poi avrebbe messo su famiglia. Ma intanto, in quel meraviglioso campionato 1968-69, s’integrò alla perfezione con De Sisti & compagni. Lo scudetto arrivò una giornata prima della fine: con la vittoria per due a zero a Torino, contro la Juve. Il massimo! Pesaola era geniale e capace. Furbo? Difficile che al sole di Napoli non sbocci una gran testa. Raffinata poi sull’Arno.

CAMPIONI – Bruno Pesaola era  nato a Buenos Aires da padre marchigiano. Aveva indossato l’azzurro del Napoli dal 1952 al 1960, indossando anche l’azzurro della Nazionale come oriundo.  Il Napoli lo aveva allenato in quattro periodi differenti  ma il suo capolavoro, ripeto, è stato lo scudetto in viola. Ricordo che mi abbracciò, quasi fossi una mascotte, il giorno del trionfo, a Firenze, dopo l’ultima partita con il Varese, vinta dalla Fiorentina per tre a uno. Fra i biancorossi lombardi dava l’addio al calcio, in punta di piedi, un altro grande: il livornese Armando Picchi, capitano della grande Inter di Moratti padre e di Herrera. L’anno dopo fu Coppa dei Campioni: eliminata una squadretta svedese, fu la volta della Dinamo Kiev, stella del calcio dell’allora Unione Sovietica. Vittoria a Kiev, con capolavoro di Chiarugi. E ritorno senza problemi a Firenze. Poi, nei quarti di finale, l’ostacolo: il Celtic. Sconfitta a netta a Glasgow (autogol di un difensore, Carpenetti) e niente remuntada a Firenze. Il finale di stagione fu così così. L’anno dopo la Fiorentina rischiò addirittura la retrocessione. Pesaola venne sostituito in corsa da un “mago di provincia”: Oronzo Pugliese da Turi. Pesaola tornò a Napoli. E, piano piano, sparì dl grande calcio. Ma il suo ricordo resterà indelebile. Non solo nella bacheca della Fiorentina per quel magnifico scudetto, ma anche nel cuore di chi l’ha conosciuto: per il suo genio calcistico, per i suoi insegnamenti, per la sua umanità. Ciao, grande Petisso. E grazie.

 

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Direttore del Firenze Post
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