La morte in Egitto oggi 10 luglio

Addio a Omar Sharif, indimenticabile Dottor Zivago

di Redazione - - Cronaca, Cultura

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Omar Sharif Dottor Zivago

Omar Sharif in una scena del film “Il Dottor Zivago” (1965) con Julie Christie

IL CAIRO (EGITTO) – Addio al grande attore cinematografico Omar Sharif, indimenticabile Dottor Zivago: un attacco di cuore lo ha stroncato a 83 anni, in un ospedale del Cairo, dopo l’ultima battaglia contro l’Alzheimer. Vero nome: Michel Dimitri Shalhoub, figlio di genitori libanesi, nasce ad Alessandria d’Egitto. Diplomato all’inglese Victoria College, laureato in matematica e fisica al Cairo, scopre il cinema quasi per caso nel 1953. Lo nota un giovane regista, Youssef Chahine, e per il suo «Lotta sul fiume» lo sceglie a fianco di una diva dell’epoca, Faten Hamama.

Il successo personale prelude a un doppio grande amore: quello per Faten che lo sposerà due anni dopo e quello per il cinema. In otto anni interpreta oltre 20 film, tra cui «La castellana del Libano» e «I giorni dell’amore» arrivano anche in Italia; per ottenere il consenso dei genitori della sposa si converte all’Islam e sceglie il nome che lo accompagnerà per la vita, Omar El Sharif. Così si presenta a David Lean che sta scegliendo il cast per «Lawrence d’Arabia» nel 1961. Lean gli affida il ruolo dello Sceriffo Alì, tra Peter O’Toole ed Anthony Quinn.

Arriva in Italia con il suo fascino esotico per «filmettoni» come «La caduta dell’impero romano», «Marco Polo» e «Gengis Khan», transita per Hollywood con film non memorabili («Una Rolls Royce gialla»), si salva, alla fine, per merito del suo pigmalione. Lean lo traveste da russo per l’adattamento del «Dottor Zivago» (1965), dal capolavoro di Boris Pasternak, premio Nobel per la Letteratura 1958.

Il successo è planetario, accompagnato da un Golden Globe che a sorpresa non va di pari passo con la candidatura all’Oscar. Invece Omar Sharif sceglie il piacere della vita: torna in Europa per «C’era una volta» di Francesco Rosi, veste i panni di un ufficiale tedesco per «La notte dei generali» di Anatole Litvak, canta con Barbara Streisand in «Funny Girl» e si innamora istantaneamente della diva americana.

Poi si inventa Arciduca asburgico per «La tragedia di Mayerling», veste i panni del «Che», dilapida i guadagni e la fama finendo nel calderone dei western all’italiana («L’oro dei McKenna»), ritrova la Streisand in «Funny Lady» (1975). Sono passati poco più di dieci anni dal primo successo internazionale e Omar Sharif ha già visto tutto del cinema mondiale.

Intanto ha imparato l’italiano, parla il greco e il turco, ha pubblicato il suo primo manuale di bridge ed è entrato nella lista dei top players del gioco. «Finisci a fare una vita – racconta nella sua autobiografia – in totale solitudine: alberghi, valigie, cene senza nessuno che ti metta in discussione. L’attrazione del tavolo verde per me diventò irresistibile. E ci ho sperperato delle fortune». «Facevo film per pagare debiti – ricorda ancora – e alla fine mi sono stufato». Dovrà aspettare l’incontro con il francese Francois Dupeyron, per ritrovarsi.

Il film è «Monsieur Ibrahim e i fiori del corano» che emoziona il pubblico e la giuria alla Mostra di Venezia nel 2003 dove Sharif riceve il Leone d’oro alla carriera e ritrova anche le sue origini mediorientali con l’interpretazione dell’anziano commerciante sufi che scopre la sua vocazione paterna nell’incontro con il giovane ebreo Momo Schmidt.

Riconquistato pubblico e critica, adesso sembra un uomo placato nonostante perduri la leggenda delle sue furibonde collere, delle sue spettacolari bevute, della sua proverbiale galanteria. Ha frequentato nuovamente la tv («San Pietro» per la Lux Vide), ha dato la sua voce al Leone salvifico delle «Cronache di Narnia», ha fatto da spalla a Viggo Mortensen in «Hidalgo», è tornato a recitare in Egitto e in Francia. Tra le sue ultime apparizioni, un cameo muto nei panni di se stesso nel film di Valeria Bruni Tedeschi nel film «Un castello in Italia» (2013).

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