Cominciò Forlani nel 1981: nessuno ha centrato l'obiettivo

Spending review: una sequela di fallimenti durata oltre 30 anni

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento

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Yoram Gutgeld

Yoram Gutgeld

Dall’agenda politica italiana sembra scomparso il tema della spending review, mentre la spesa pubblica improduttiva continua a crescere. Gli inquilini di Palazzo Chigi succedutisi negli ultimi anni hanno avuto sempre come cavallo di battaglia il taglio agli sprechi e la riduzione delle tasse. Ogni premier ha fatto a gara con il suo predecessore a chi la sparava più grossa. Sono stati via via nominati uno o più commissari ad hoc col compito di sfoltire la miriade di poltrone clientelari, chiudere gli enti inutili, applicare costi standard, intervenire sulle invalidità fasulle, chiudere i rubinetti dei ministeri e soprattutto mettere a dieta la politica. Obiettivi che vengono puntualmente disattesi mentre la spesa cresce.

FORLANI – Il più antico tentativo di lotta (a quei tempi non si usavano termini inglesi, ma si diceva volgarmente «controllo della spesa pubblica»), risale a una legge del marzo 1981 – allora era al governo Forlani – che istituì presso il ministero del tesoro una commissione tecnica per la spesa pubblica. Dopo trent’anni, nonostante centinaia di commissioni, la spesa pubblica, dal 2008 al 2014, è cresciuta in rapporto al Pil dal 47,8% al 51,1%. Un aumento rilevante di 3,3 punti percentuali superiore sia alla media dei paesi dell’Unione Europea (+1,6%) che a quelli dell’Eurozona. La nostra spesa pubblica è passata dai 780 miliardi di euro del 2008 agli 826 miliardi del 2014, un balzo in avanti di 45,5 miliardi. Alla barba delle promesse e delle riforme di Renzi.

GOVERNI – Esaminiamo cosa hanno fatto gli ultimi tre governi. Monti chiamò a Palazzo Chigi Enrico Bondi, il manager che aveva rimesso in ordine Montedison e Parmalat; insieme al ministro Giarda, altro super esperto di spesa. Dovevano mettere a punto un ambizioso piano di tagli. Ecco le loro promesse: «Giarda: Via subito 100 miliardi di sprechi. Ma è possibile agire su altri 300 miliardi nel lungo periodo» (Corriere, 28-5-2012); «I tagli di Bondi: 14 miliardi in 2 anni» (Stampa, 13-6); «Un esercito di 61 mila auto blu: via il 50%» (Repubblica, 14-8). Risultati prossimi a zero.

LETTA – Subentra Letta e richiama dal Fondo monetario internazionale Carlo Cottarelli , che prepara un corposo dossier, mentre il ministro Saccomanni rilancia la centralizzazione degli acquisti presso la Consip. Risparmi: 5 miliardi. Ma fanno muro subito gli enti locali, che non vogliono perdere l’autonomia degli acquisti. Letta riesce a realizzare pochi tagli.

RENZI – Arriva Renzi che fa subito uno dei suoi annunci ad effetto: 30 miliardi di riduzione. Ma appena legge l’elenco di Cottarelli fa marcia indietro, difficile e impopolare attuarlo: prevede, fra l’altro, 83 mila esuberi nel pubblico impiego, tagli alla polizia, chiusura di uffici decentrati. Nel 2015 i risparmi dalla spending review dovevano arrivare a 18 miliardi di euro mentre nel 2016 si potrebbero toccare i 36 miliardi. Alla fine il risultato per il 2015 è di appena 5 miliardi, un quarto esatto di quanto inizialmente ipotizzato. Adesso ci sta provando Yoram Gutgeld, che Renzi ha insediato al posto del giubilato Cottarelli.

La sostanza è sempre la stessa: la spesa improduttiva e clientelare fa guadagnare consensi e voti ai politici e finora nessuno, tanto meno Matteo Renzi, è riuscito ad applicare le ricette elaborate dai tanti esperti succedutisi in questi anni.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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