E chi c'è nell'ufficio catastrofi di Palazzo Chigi da quando D'Angelis dirige l'Unità?

Allarme maltempo a Firenze: dalle campane di Pier Capponi agli sms (mancati) di Dario Nardella

di Sandro Bennucci - - Cronaca, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica, Top News

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La casa con il tetto devastato al Gignoro

La casa con il tetto devastato al Gignoro

Nella notte fra il 3 e il 4 novembre 1966, quando si rese conto che l’Arno avrebbe travolto Firenze, il sindaco Piero Bargellini pensò di dare l’allarme. Ma non sapeva come fare. Gli vennero in mente le sirene che avvertivano dei bombardamenti durante la seconda guerra mondiale: ma vent’anni dopo la fine del conflitto non c’erano più. E mancava anche un’organizzazione in grado di mandare automobili munite d’altoparlanti in tutti i quartieri. Restava l’antico sistema di Pier Capponi: suonare le campane. Ma il sindaco-scrittore lo scartò perché nessuno poteva immaginare quale fosse il significato di quell’allarme da Medioevo. E i fiorentini, svegliati nel cuore della notte dallo scampanìo, si sarebbero magari voltati dall’altra parte mandando a quel paese preti e frati ritenuti troppo mattinieri.

UN PIANO – Nel trentennale dell’alluvione (1986), la prefettura di Firenze, guidata da un grande servitore dello Stato, Giovanni Mannoni, si pose il problema. E Paolo Padoin (allora viceprefetto e oggi, dopo aver chiuso una straordinaria carriera, colonna portante di Firenze Post) fu incaricato insieme a Francesco Lococciolo e Carmelo Aronica di scrivere un piano d’emergenza che prevedesse anche l’allarme. Un piano ben fatto, che Palazzo Vecchio e la Protezione civile hanno ereditato e aggiornato a … strappi. Nel senso che spesso è rimasto fermo, praticamente dimenticato. E comunque mai sperimentato nemmeno durante le emergenze che, negli ultimi anni, e addirittura negli ultimi mesi, non sono mancate. Ma oggi, fra l’altro, per dare l’allarme non serve tornare a Pier Capponi: ci sono i tweet, facebook e gli sms. Di cui il sindaco, Dario Nardella (come il suo capo, Matteo Renzi…) fa spesso uso. Qualche settimana fa, Nardella inviò, proprio attraverso un sms, un avvertimento per l’allarme caldo. Un’emergenza che la gente aveva già percepito direttamente. Da qui la domanda: sabato il Comune sapeva che, nel tardo pomeriggio del primo agosto si sarebbe scatenato l’inferno nella zona di Firenze sud (Gignoro, Rovezzano, zona dell’Anconella, Girone) e che l’Italia dei treni si sarebbe spezzata in due per  il guasto alla linea elettrica capace di bloccare gli Eurostar? La Protezione civile era stata informata del nubifragio formato dal mix devastante fatto da bomba d’acqua, grandine e raffiche di vento capaci di fare a gara con la bora triestina? E se sì perché non è stato inviato un altro sms almeno a tutti i fiorentini?

PALAZZO CHIGI – Ventiquattro ore dopo, mentre si fa l’inventario di danni non di poco conto (tante strade da ripristinare e molte case e molti tetti da risistemare, e ringraziando il Cielo che i feriti non sono in pericolo di vita), ci si rende conto, per l’ennesima volta, della fragilità di Firenze nel periodo dei cambiamenti climatici. Cioè di quelle aggressioni della natura che si ripetono più volte in un anno. Soprattutto penso alle bombe d’acqua, ossia alle piogge violente e concentrate che fanno disastri. In Toscana ci si accorse della prima pioggia violenta e terribilmente devastante nel 1966 con l’alluvione dell’Alta Versilia. Su “La Nazione”, intervistando i professori Giampiero Maracchi e Raffaello Nardi, parlai per la prima volta di “bomba d’acqua”. Non rivendico il copyright, ma sono assai rammaricato del fatto che, in tutto questo tempo, non ci si sia resi conto dei rischi che tutta l’Italia, ma Firenze e la Toscana in maniera particolare, corrono giorno dopo giorno. A Palazzo Chigi, Matteo Renzi aveva istituito l’ufficio catastrofi naturali (ha un nome più pomposo, ma la dico così per rendere l’idea), chiamando a dirigerlo Erasmo D’Angelis, mio amico e collega da una vita. Ma da un mese D’Angelis, che conosce l’Arno e i problemi ambientali, è stato mandato a dirigere l’Unità. Sabato sera chi c’era in quell’ufficio romano? Era almeno accesa la luce?

ALLUVIONE – Fra un anno, il 4 novembre 2016, celebreremo il cinquantesimo anniversario dell’alluvione del 1966. L’Arno rappresenta il pericolo di sempre: dal 1177 a oggi è libero di fare i capricci che vuole. Siamo ancora lontanissimi dal poter fermare rovinose valanghe di 200 milioni di metri cubi d’acqua. Che cosa racconteremo agli inviati dei giornali inglesi e americani quando ci chiederanno che cosa abbiamo fatto, per esempio, per mettere al riparo il patrimonio d’arte e cultura per cui Firenze, da sempre, è quel che è e conta quel che conta? Diremo che basta un temporalone estivo, sia pure di forte intensità, per mettere la città in ginocchio e far filtrare l’acqua addirittura agli Uffizi, dove hanno appena cambiato sala alla Venere e alla Primavera del Botticelli? O confesseremo, battendoci la mano sul petto, che nonostante l’iphone siamo rimasti alle campane di Pier Capponi?

 

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Sandro Bennucci

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Direttore del Firenze Post
sandro.bennucci@firenzepost.it

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