Nella Basilica di San Lorenzo

Festa di San Lorenzo, l’omelia di Betori: accogliamo i profughi

di Giuseppe Card. Betori - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

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Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia del Cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, pronunciata durante la Messa per la festività di San Lorenzo, lunedì 10 agosto 2015, nella Basilica di San Lorenzo

La basilica di San Lorenzo, a Firenze

La basilica di San Lorenzo a Firenze

Torniamo a far festa in questa basilica in onore di San Lorenzo, a cui i nostri antenati la dedicarono, quando, presiedendo quella celebrazione l’Arcivescovo di Milano Sant’Ambrogio, la eressero come prima cattedrale della comunità ecclesiale di Firenze. Il santo diacono martire della Chiesa di Roma venne scelto come patrono della chiesa madre dei cristiani fiorentini, che vollero quindi porre la loro identità di fede sotto la tutela e il sostegno di un santo che veniva riconosciuto come colui che nella sua comunità ecclesiale si era fatto carico della cura dei poveri, del loro sostentamento materiale, attraverso una saggia amministrazione delle risorse raccolte nella comunità, ma era stato anche modello di fedeltà a Cristo nel momento della persecuzione, senza lasciarsi intimorire dall’atrocità delle sofferenze a cui era sottoposto, in specie la tortura del fuoco.

La tradizione presenta dunque San Lorenzo come il servitore della carità e al tempo stesso come il testimone di Cristo fino al sacrificio della propria vita: due aspetti della sua figura che vengono proposti come tra loro complementari, e ad essi la liturgia offre riscontro nelle due letture bibliche che sono state proclamate. Sulla diaconia della carità si sofferma il testo dell’apostolo Paolo. Sono parole che riflettono la sua personale esperienza di organizzatore, tra le Chiese da lui fondate, di una colletta a favore dei poveri della Chiesa di Gerusalemme. Si tratta di un’esperienza di solidale fraternità, per dare forma concreta alla comunione ecclesiale che, dal piano della unità dottrinale, si trasferisce a quello della concordia nella carità. Paolo, in questa stessa lettera, lo definisce un «servizio sacro», una liturgia (2Cor 9,12), un atto cioè con cui non si fa soltanto un’opera solidarietà, ma si rende gloria a Dio stesso, fonte di ogni amore.

Proviamo ora a ripercorrere i segni di autenticità del dono che viene fatto, così come li descrive l’apostolo:

«Chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2Cor 9,6): ci è chiesta anzitutto la magnanimità del gesto, una generosità senza calcoli prudenziali, una munificenza che non si lascia frenare da cautele e riserve, vincendo ogni egoismo.
«Ciascuno dia … non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7): la gioia è espressione della libertà che deve accompagnare il compimento del dono; senza libertà il gesto sarebbe privo di ogni valore, un passaggio di beni privo della comunione dei cuori; un gesto, quindi, non pienamente umano.
«Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene» (2Cor 9,8): la capacità di donare ha come sorgente Dio stesso, la pienezza di tutti i doni, il datore di ogni grazia; il dono che noi facciamo è come un prolungamento del dono che ci è stato fatto; donare non ci priva di alcunché, perché la sorgente del dono non è in noi ed essendo divina è una sorgente inesauribile; noi, anzi, cresciamo nel momento in cui ci spogliamo di un bene che non è nostro, ma ci è stato dato solo in affidamento, per essere condiviso, perché la nostra stessa identità è fondata nella relazione con gli altri.
«Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia» (2Cor 9,10): l’affermazione finale di Paolo svela che l’opera di carità non è in realtà opera del donatore, ma è opera di Dio stesso, perché da lui nasce, come fondamento di ogni bene, e a lui è diretta, come si preoccuperà di ribadire quanto segue immediatamente il testo che è statoproclamato: la generosità «farà salire a Dio l’inno di ringraziamento», diventando motivo di celebrazione e di evangelizzazione. Questa visione teologica ha animato le migliori iniziative di carità che contrassegnano la storia della nostra città, per noi un’eredità gloriosa ma al tempo stesso impegnativa. Si tratta di non restringere gli spazi del cuore, come pure di non inaridire la radice di fede che alimenta i gesti della carità. Dobbiamo ribadirlo anche quando tutto ciò comporta difficoltà di comprensione e di attuazione, come può accadere oggi nello sforzo di integrazione che la nostra comunità cittadina è chiamata a compiere nei riguardi dei nuovi venuti, a cui va richiesta peraltro una condivisione di valori civili che da sempre alimentano le più felici espressioni della nostra città.

Il medesimo orientamento deve animare anche l’accoglienza che ci viene chiesta verso uomini e donne, non poche volte anche bambini, che, profughi, si rifugiano tra noi allontanandosi da guerre, fame, condizioni disumane di vita; tutti da accogliere come fratelli, perché in ciascuno di loro dobbiamo riconoscere la dignità di una persona umana. Ci ha ricordato Papa Francesco che «per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» (Evangelii gaudium, 198). Da qui nasce «un’attenzione rivolta all’altro “considerandolo come un’unica cosa con se stesso” (San Tommaso d’Aquino)» (Evangelii gaudium, 199).

​Qualche considerazione voglio ora dedicarla anche all’altra dimensione della figura di san Lorenzo, quella del martire, illuminata in particolare dalla pagina del vangelo di Giovanni. L’immagine del chicco di grano che deve lasciarsi macerare nella terra per dare frutto viene da Gesù applicata anzitutto a se stesso, per interpretare la sua passione e morte. La croce di Cristo non è il segno della sconfitta di un progetto, ma al contrario lo strumento mediante il quale il Salvatore del mondo entra nel dominio stesso della morte per sconfiggerne il potere e immettervi la forza irriducibile della vita divina, così che dalla morte egli risorge per aprire una strada di vita per tutti coloro che vogliono ascoltare la sua parola e seguirlo.

La logica del perdersi per avere la vita diventa poi quindi la logica del vero cristiano, quella che emerge in tutta la sua luce nella vicenda dei martiri; dei martiri antichi come Lorenzo e dei martiri di oggi, dei tanti cristiani che continuano a subire persecuzione e morte per la loro fedeltà a Cristo in non pochi Paesi del mondo.

Sia sempre vivo nel nostro cuore il pensiero per Asia Bibi e per quanti come lei sono in prigione, minacciati nella loro vita dall’intolleranza religiosa, ancora così diffusa nel mondo. Siano vivi nelle nostre preghiere e nella coscienza di chi governa i popoli perché mettano la libertà religiosa tra le prime preoccupazioni della loro azione politica nelle relazioni internazionali. Ricordino che il non rispetto del diritto alla libertà religiosa è alla base dello scardinamento di tutti i diritti e quindi del diffondersi delle ingiustizie e delle guerre. Da qui comincia una vera politica di pace.

​La nostra configurazione a Cristo, e a Cristo crocifisso, secondo le parole di Gesù, deve prendere la forma del servizio di lui, fondamento della sua sequela e quindi del nostro essere riconosciuti come figli da parte del Padre. Servire il Signore è anzitutto liberarsi dalle subordinazioni che una subdola lusinga di libertà di fatto insinua nella nostra vita, disancorandola dal saldo riferimento alla verità, per lasciarsi trasportare dalle fluttuanti spinte verso ciò che al momento piace e attrae. Gesù, che svela all’uomo la sua verità, è il nostro liberatore e la vera garanzia di libertà. Sta già qui, nel nostro resistere alle seduzioni delle opinioni e dei modelli dominanti, il fondamento del nostro servizio a Cristo come verità dell’uomo e quindi della testimonianza di lui, del nostro martirio.

​Da ultimo, non posso non dedicare oggi una parola di grato ricordo alla memoria di monsignor Angiolo Livi. È questo il primo san Lorenzo che noi celebriamo quaggiù senza di lui e che il Signore – per questo preghiamo – voglia che egli celebri in cielo. Vogliamo ancora ribadire la nostra gratitudine per questo prete fiorentino che ha posto la sua vita al servizio della Chiesa e della città in questa parrocchia e in questo quartiere. Il suo ricordo animi ancora il nostro impegno nella salvaguardia dell’identità e dello sviluppo umano del quartiere di san Lorenzo. Mi permetto di rinnovare l’invito a fare del recupero del complesso di sant’Orsola il segno della nostra memoria di monsignor Livi.

​Infine, devo anche dirvi il mio grazie per la cordialità con cui avete accolto il nuovo Priore. So che don Marco ha già fatto breccia nei vostri cuori e vi sta dimostrando le sue doti di pastore e di uomo di cultura e di attenzione sociale. Vi chiedo di sostenerlo nel suo servizio e di pregare anche per me, vostro Pastore.

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