Due le proposte, una di Damiano (Pd) e una di Boeri, presidente Inps

Pensioni, la riforma tra flessibilità sostenibile o la «Quota 41»

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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A settembre il Governo deciderà il futuro degli assegni pensionistici

Il Governo ha fissato l’obbiettivo sulla Legge di Stabilità per inserire una riforma della previdenza italiana tale da cancellare del tutto l’ultima valida che è la contestatissima Legge Fornero. Subito dopo la sosta estiva, a settembre, l’Esecutivo sarà chiamato a varare la nuova finanziaria che dovrà avere misure idonee per le nuove forme di flessibilità nel sistema pensionistico e forme di auto economico alla platea degli over 55. La riforma previdenziale è un punto imprescindibile da cui il Governo non può sottrarsi.

FLESSIBILITA – L’agenda del Governo è già piena di indicazioni con due proposte di flessibilità già in mano all’Esecutivo che deve trovare la giusta sintesi per fare in modo di evitare un’altra riforma fallimentare come lo è stata quella del Governo Monti. La flessibilità sarà lo snodo fondamentale della riforma, il consentire a un lavoratore di pensionarsi prima, soprattutto dopo aver lavorato per un congruo numero di anni. Le due proposte su cui sta lavorando il ministro dell’Economia Padoan, sono quella di Boeri con la sua flessibilità sostenibile e quella di Damiano con la quota 41.

BOERI e DAMIANO – Comune alle due versioni di riforma è il fatto che il pensionato che opti per l’uscita anticipata dal lavoro, verso la pensione, dovrà rinunciare ad una parte percentuale del suo futuro assegno di pensione. Per Boeri è un fatto fisiologico perché chi va in pensione prima, deve dividere i contributi versati per più anni visto che l’aspettativa di vita (la durata media della vita di un italiano) è in aumento. Secondo lui è giusto che a parità di contributi versati, se un soggetto va in pensione a 60 anni deve percepire di meno di chi ci va a 70 perché il primo in teoria dovrebbe sfruttare per più anni la pensione. Si evince chiaramente che per Boeri, le pensioni devono essere calcolate in base al sistema contributivo. Il caposaldo della proposta di Damiano invece è quota 41, la soglia di contributi versati e quindi di anni di lavoro che basterebbe per permettere ad un lavoratore di andare in pensione senza guardare all’età anagrafica. Anche per Damiano, ogni anno di età inferiore ai 62 in cui si raggiungeranno i 41 di contribuzione porterà una riduzione dell’assegno.

Viediamo quali sono gli effetti previsti per l’applicazione dei diversi sistemi.

CONTRIBUTIVO – Il sistema contributivo, a differenza, del vecchio metodo retributivo (che si basa sulla retribuzione media dell’ultimo quinquennio, per la quota A, e dell’ultimo decennio, per la quota B, oltreché sul numero di settimane assicurate), fa riferimento alla contribuzione effettivamente versata nell’arco della vita lavorativa, rivalutata e rapportata all’età pensionabile tramite appositi coefficienti.

PENALIZZAZIONI – Allo stato attuale, risultano pertanto meno danneggiati quei soggetti che possono avvalersi del retributivo sino al 2011 (si tratta dei lavoratori che possedevano 18 anni di contributi al 31/12/1995), e mediamente penalizzati i lavoratori aventi meno di 18 anni di contribuzione al 1995, ai quali si applica il cosiddetto metodo misto (retributivo sino al ’95, poi contributivo). Appare quindi evidente che, più giovane sia il contribuente e più tardivo risulti il suo ingresso nel mercato del lavoro, più alta sarà la penalizzazione nell’assegno pensionistico, se confrontato col corrispondente trattamento fruibile con metodo retributivo.

LA FORBICE – E’ bene ricordare che non esiste una penalizzazione fissa: in generale, possiamo affermare che la differenza sarà minore, quanto più simili siano le retribuzioni percepite dall’inizio alla fine della vita lavorativa; questo fatto, però, accade di rado, in quanto, notoriamente, lo stipendio percepito ad inizio carriera è nettamente più basso della retribuzione risultante alla data di pensionamento.

DECURTAZIONI – Tolte le eccezioni valide per alcune tipologie di calcolo contributivo (come la particolare Opzione Donna), che attenuano leggermente le divergenze, le decurtazioni restano comunque molto forti: ad esempio, per quanto concerne i lavoratori autonomi, che risultano i soggetti meno tutelati dell’intero sistema, i professionisti del settore , in un calcolo previsionale, hanno quantificato, per un contribuente di 61 anni, una pensione che oscilla addirittura da un massimo di 978 euro a un minimo di 595 euro, lordi, al mese.

Generalizzando, si prevedono, andando avanti negli anni, proiezioni a dir poco nefaste, non molto superiori all’assegno sociale, in specie per quelle categorie di lavoratori più deboli, come i precari o coloro che sono inquadrati in bassi livelli.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

Commenti (1)

  • daniele

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    41 anni è piu che sufficente e se poi dobbiamo pagare un pizzo paghiamalo . Ma non si può pretendere a pochi anni dalla pensione il ricalcolo contributivo,quando il suo progetto di vita pensionistica era cosi programmato e non puo piu avere il tempo di riprogettarlo. La vergogna non sono le pensioni medio alte ma gli stipendi esageratamente alte.

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