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Usa-Cuba: l’intransigenza di Fidel Castro e … dei condomini di Che Guevara

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Economia, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica, Top News

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L'alzabandiera nell'ambasciata americana a L'Avana

L’alzabandiera nell’ambasciata americana a L’Avana

C’è chi sostiene che quando John Kerry, segretario di Stato Usa, ha cominciato a parlare, a L’Avana, celebrando la riapertura dell’ambasciata americana, l’antico braccio destro di Fidel Castro, ossia Ernesto Che Guevara, morto combattendo sulle montagne della Bolivia il 9 ottobre 1967, si sia rivoltato nella tomba. Non sopportava la bandiera a stelle e strisce: e il fatto che gli stessi marines costretti ad ammainarla nel 1961 l’abbiano issata di nuovo, insieme ai giovani colleghi in servizio oggi, l’avrebbe forse reso furioso. Come il toro quando vede rosso. Per lui quella bandiera rappresentavano il nemico, l’oppressore, il capitalismo. A sostenerlo sono coloro che l’hanno conosciuto. E non hanno difficoltà a dichiarare che ne avrebbero fatto volentieri a meno.

RIO PARANA’ – Chi sono? I vecchi vicini di casa, cioè i condomini del palazzotto di calle Entre Rios in cui il “Che” nacque e crebbe, a Rosario, in Argentina, sulla sponda del Rio Paranà. Una casa che non è un museo e sui cui muri non c’è una targa e nemmeno il più piccolo ricordo. La visitai nel 2006, al seguito dell’allora presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. Entrarci fu complicato: dovettero andare a prendere le chiavi da un militante di sinistra. Che si raccomandò: “Salendo le scale non fate rumore”. Motivo? I condomini, compresa una compagnia d’assicurazioni, non volevano, e non vogliono, che la memoria del Mito esploda e finisca col turbare la loro quiete piccolo borghese. Un signore che stava uscendo dall’ ascensore in ferro, scambiandoci chissà perché per americani, sibilò: “Guardate che vi odiava … come la vostra bandiera”. Ecco la testimonianza: il “Che” non sopportava il simbolo degli Stati Uniti. Ecco perché non avrà gradito rivederla all’Avana.

FIDEL CASTRO – Ma nemmeno il “capo”, l’ex Lìder Maximo, ossia Fidel Castro, ha saputo digerire l’alzabandiera nella riaperta ambasciata a mericana. Non solo non ha voluto assistere all’evento, ma attraverso un editoriale su Granma, organo ufficiale del partito comunista cubano, ha attaccato gli Usa: chiedendo “milioni di dollari di risarcimento danni” per l’embargo durato oltre mezzo secolo. Di più: dissociandosi dal fratello e successore Raul, uomo del dialogo con Obama e con Papa Francesco, Fidel ha evitato ogni contatto ufficiale, festeggiando l’ottantanovesimo compleanno (che cadeva il giorno prima, il 13 agosto) solo con gli amici ideologicamente ancora vicini, ossia Evo Morales, presidente della Bolivia, e Nicolas Maduro, presidente del Venezuela.

ESULI – “Mettiamo da parte la storia”, ha detto John Kerry, volendo stendere un velo su mezzo secolo di forti tensioni: dalla fuga del dittatore Fulgencio Batista (1959), al fallito sbarco nella Baia dei Porci, alla crisi dei missili che, nel ‘62, portò a un passo dallo scontro nucleare gli Usa di John Kennedy e l’Urss di Nikita Kruscev. Ma è difficile cancellare la sofferenza dei cubani: sia di quelli rimasti sotto il regime castrista che hanno patito l’embargo economico-finanziario, sia degli esuli riparati in Florida per sfuggire alla repressione. Ed ecco il nodo del problema: la difficoltà di arrivare in tempi brevi a una vera normalizzazione. Gli esuli protestano perché non possono tornare a casa come se nulla fosse stato. E il regime dei Castro, anche se guidato dal più diplomatico e ragionevole Raul, non ha la capacità di voltare pagina all’improvviso. Certo, un nuovo passo avanti potrà esserci fra qualche settimana, in settembre, quando Papa Francesco visiterà Cuba prima di sbarcare negli Stati Uniti, dove sarà il primo Pontefice a parlare davanti al Congresso americano. Ma nonostante le parole di Kerry, la Storia pesa. Per superare steccati ideologici e di comportamento ci vorrà tempo. E reciproco riconoscimento: Cuba non può trovare lo sviluppo restando ancorata agli stereotipi del comunismo anni Sessanta. E dall’altra parte occorre qualche gesto, anche simbolico: come quello che potrebbero fare i vecchi condomini del Che, smettendo d’infastidirsi quando c’è gente che cerca di salire sull’ascensore in ferro del loro palazzo sulle tracce di quel Mito … che non amava la bandiera americana.

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Sandro Bennucci

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Direttore del Firenze Post
sandro.bennucci@firenzepost.it

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