Nuovi ostacoli sul piano tecnico-politico

Riforma del Senato, assemblea Pd: Renzi dà l’ultimatum. Ma il servizio studi di Palazzo Madama: irregolarità giuridiche nel progetto

di Paolo Padoin - - Cronaca, Politica

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Aula senato

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ROMA – «Nessun prendere o lasciare, nessuna disciplina di partito». Matteo Renzi tiene aperto il dialogo con la minoranza Pd sulla riforma costituzionale. E dà «ancora qualche giorno» ai senatori, ma anche ai deputati per trovare un accordo che permetta di accelerare e approvare il ddl al Senato il prima possibile, per consentire anche alla legge sulle unioni civili di essere approvata prima del 15 ottobre, quando sarà presentata la legge di stabilità.

Il premier invita la minoranza Pd a non drammatizzare o annunciare «barricate». Ma tiene anche fermo quel paletto che finora ha impedito di avvicinarsi a un’intesa: cambiare l’articolo 2, come chiede la sinistra Dem, vorrebbe dire rimettere «tutto in discussione». I presupposti per una intesa perciò, osservano a caldo dalla minoranza, il premier ancora non li ha creati. Nonostante tutto però la sorridente Maria Elena Boschi va avanti giuliva affermando che comunque alla fine i numeri daranno ragione al premier.

Il testo della riforma al vaglio del Senato presenta però alcuni punti poco chiari, che sono stati evidenziati non dai gufi antirenziani o dalla minoranza dem, ma dal Servizio Studi di Palazzo Madama, che ha prodotto un dossier in cui analizza, punto per punto, il disegno di legge costituzionale. E ha elaborato numerose osservazioni di natura giuridica, non politica, che, se non superate, potrebbero aprire la strada a dubbi interpretativi.

MANDATO – Il punto più problematico sta nel contestato articolo 2, quello che il governo non vorrebbe sottoporre agli emendamenti. Ma non si tratta dell’elettività, bensì della durata del mandato. Il testo approvato alla Camera ha modificato il passaggio in cui si dice che «la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti» (nella versione precedente era «nei quali sono stati eletti»). Ne consegue che il mandato dei sindaci-senatori termina allo scadere dei consigli regionali (dai quali sono stati eletti). Ma nel nuovo articolo 66 della Costituzione si dice invece che il mandato del sindaco-senatore termina quando cessa la sua carica in Comune. Fino a quando resta in carica, dunque, il sindaco-senatore?

I GOVERNATORI – Dei 95 senatori (oltre ai 5 nominati dal Quirinale), 21 sono sindaci e 74 «componenti» dei consigli regionali (o delle Province Autonome). La domanda dunque è: i governatori sono componenti dei consigli regionali? Non è automatico. A stabilirlo sono i singoli statuti regionali: attualmente è così in ogni Regione e quindi per i presidenti non ci sarebbe il rischio di rimanere tagliati fuori (però gli statuti potrebbero essere modificati…). Il vero nocciolo del problema è altrove. Il dossier spiega che in alcuni punti del ddl non si parla più di «componenti del consiglio regionale» ma semplicemente di «consiglieri regionali». E, sottolineano i tecnici, non tutti i governatori lo sono, in quanto per statuto fanno sì parte del Consiglio, ma non hanno la qualifica di consiglieri.

SOSPENSIONE E DECADENZA – La questione della decadenza dei senatori è molto complessa. Cominciamo dai 5 di nomina quirinalizia (più i senatori a vita): è il Senato che giudica se far decadere i suoi membri oppure no (più o meno come è successo per Berlusconi)? Per gli altri 95 senatori (consiglieri, governatori e sindaci) il Senato può solo «prendere atto» della loro decadenza, senza opporsi. Esempio: se il sindaco decade dalla sua carica in Comune (dopo una condanna definitiva), decade automaticamente anche dalla carica di senatore. E se invece viene solo «sospeso» dall’incarico locale (come prevede la Legge Severino in caso di condanna di primo grado)? In quel caso resterebbe senatore. Un paradosso che «rimane suscettibile di approfondimento», scrivono i tecnici.

LE OPPOSIZIONI – Il testo della riforma prevede che il Regolamento della Camera si doti di uno «statuto delle opposizioni». Attenzione: solo la Camera, però, non il Senato. Secondo i tecnici di Palazzo Madama questo aspetto lascia intendere che la ratio della riforma è di non considerare più il confronto in Senato «secondo orientamenti politici, ma territoriali». Pertanto non esisterà più un’opposizione in Senato. Questo potrebbe però dar luogo a qualche problema. Il dossier fa l’esempio del Copasir (che per legge è composto da 5 deputati e 5 senatori), il cui presidente è eletto tra membri dell’opposizione. Ma come si stabilirà quali sono i senatori d’opposizione? Il rischio ventilato è che il Copasir venga trasformato in un «organo monocamerale», composto esclusivamente da deputati.

Sono obiezioni difficili da superare: farà marcia indietro il governo almeno su questi punti o s’irrigidirà per condurre in porto la riforma così com’è? Sicuramente il cammino non si presenta facile: molti sono ancora gli ostacoli da superare, sia dal punto di vista giuridico, ma soprattutto politico. Su questo provvedimento si gioca il seguito della legislatura.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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