Un rapporto della Ragioneria dello Stato convince l'esecutivo

Pensioni: ecco perché l’Ue ha costretto il governo a frenare su nuovi interventi

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia

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inps 300x150ROMA – Negli ultimi tempi si è assistito a una progressiva frenata sul tema della riforma delle pensioni. Il trio Monti, Padoan e Boeri è diventato molto parco di anticipazioni su questo tema e alla fine è stato costretto a fare retromarcia, nessun intervento è previsto: il sistema previdenziale è in regola. Ma se questo è vero, allora cadono anche le ragioni di presunto riequilibrio che hanno portato a stabilire più volte la necessità di prelevare un contributo di solidarietà dalle pensioni più alte.

FRENATA – Il raffreddamento dipende in gran parte dalle perplessità dell’UE e da uno studio della Ragioneria nel quale vengono spiegate le ragioni della cautela verso modifiche alla legge Fornero. La frenata del governo deriva anche da una preoccupazione più complessiva: rimettendo mano alla legge Fornero in direzione di una maggiore flessibilità si rischia di compromettere uno dei punti di forza del nostro Paese nei confronti delle istituzioni internazionali e dunque anche di incrinare la sua credibilità per gli anni a venire.

UE – La Ue infatti, pur apprezzando la riforma, esprime una valutazione più cauta degli effetti di riduzione della spesa previdenziale nel medio periodo: prudenza e massima attenzione all’equilibrio dei conti.
Il rapporto sulle “Tendenze di medio-periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” elaborato dalla Ragioneria generale dello Stato, contiene oltre ai dati del cosiddetto scenario nazionale anche quelli dello scenario definito in sede europea e più precisamente presso il comitato di politica economica del Consiglio Ecofin (Economie policy committee Working group on ageing, in sigla Epc-Wga). Secondo cui si sarebbe reso evidente uno scostamento rispetto ai calcoli nazionali di spesa per un periodo che va dal 2020 fino al 2032, anno nel quale la differenza raggiungerebbe il picco massimo dello 0,7 per cento del Pil, per poi essere riassorbita progressivamente nei decenni successivi. Di fatto una sorta di ‘monito europeo’ a evitare aumenti di spesa pensionistica, che in futuro potrebbe lievitare già oltre le previsioni.

Nell’insieme dai numeri europei non esce però un quadro allarmante, soprattutto in rapporto alla situazione di altri Paesi che hanno affrontato il tema previdenza con meno determinazione; ma è chiaro che qualunque ritocco all’impianto delle regole attuali verrebbe passato ai raggi x dalle istituzioni di Bruxelles.

POPOLAZIONE – C’è divergenza anche fra le ipotesi demografiche su cui si basa lo scenario Epc-Wga sarebbero più favorevoli e quelle assunte come base a livello nazionale, il che spiegherebbe la differenza dei risultati finali. In particolare, per quanto riguarda i flussi migratori, il saldo tra coloro che entrano in Italia e coloro che invece se ne vanno risulta costantemente più alto nel modello europeo, con 348 mila immigrati “netti” contro 251 mila nel 2020 e 382 mila invece di 220 mila nel 2030. Si tratta di numeri abbastanza distanti dalla realtà effettiva, visto che il saldo migratorio rilevato dall’Istat nel 2014 è stato di circa 140 mila unità.

Come a dire, ma è arcinoto, che le nostre pensioni e quelle degli altri pensionati europei sono salvaguardate dal lavoro (e dai versamenti) degli immigrati regolari. Dunque dopo la Corte costituzionale anche la Ue ha posto l’altolà all’ulteriore riforma delle pensioni: e sembra che almeno questa volta il trio antipensionati abbia capito la lezione, a meno di improbabili colpi di coda.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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