Un problema che si trascina da otto anni

Contaminazione radioattiva: in attesa del sito unico di stoccaggio, ci sono ancora 23 depositi in Italia

di Paolo Padoin - - Cronaca

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deposito scorie radioattive

deposito scorie radioattive

ROMA – Da circa otto anni i vari governi stanno discutendo sull’insediamento del sito unico nazionale per le scorie radioattive, dove custodire a lungo in estrema sicurezza i 90mila metri cubi di materiali radioattivi (residui del ciclo energetico delle centrali nucleari dismesse, rifiuti industriali, residui di attività mediche, ecc.).  Ma si tratta di una questione molto complicata. Ricordate la rivolta di Scanzano Jonico? Tutta la Basilicata venne bloccata dalle proteste contro la costruzione del deposito nucleare decisa dal governo Berlusconi, che fu costretto a fare marcia indietro. Sono passati più di dieci anni e adesso le leggi europee e la scadenza dei contratti con i Paesi a cui abbiamo affidato i nostri rifiuti, costringono il governo a prendere una decisione. Tanto che i tecnici della protezione ambientale hanno messo a punto i criteri per realizzare la struttura, che costerà circa due miliardi e mezzo di euro, da finanziare con un aumento della bolletta elettrica. Tutto deciso, insomma. Resta solo da definire la questione chiave: dove verrà realizzata? In previsione di altre rivolte dei cittadini che abitano vicino all’area che verrà individuata.

DEPOSITI – Nell’attesa in tutto il territorio nazionale sono disseminati ben 23 depositi temporanei di rifiuti a bassa emissione. Sono di tutti i tipi. Si parte dalle vecchie quattro centrali non più operative da anni e dai quattro impianti di ricerca in fase di smantellamento da parte della Sogin, la società pubblica incaricata del cosiddetto decommissioning. Per questi la sicurezza è garantita dalla presenza di maestranze e dalla vigilanza legata alle attività operative, ma negli altri casi il dubbio sulla sussistenza dei requisiti minimi richiesti dalle normative attuali è legittimo.

TARANTO – È il caso ad esempio del deposito della Cemerad di Stazze in provincia di Taranto, a un passo dall’Ilva di Taranto e la cui sorveglianza è affidata a una recinzione, a un lucchetto e a un non affidabile hangar di cemento.

SALUGGIA – Ma anche della zona di Saluggia, nel Vercellese, che ospita il complesso Avogadro, a pochi chilometri dalla centrale di Trino le ragioni per dubitare del rischio sono legate alla posizione geografica. L’area è infatti a ridosso della Dora Baltea, affluente del Po, delimitata da canali e attraversata dalla falda acquifera che alimenta l’acquedotto del Monferrato. Qui a partire dal 1958, sono sorti un centro di ricerca nucleare, un reattore sperimentale e l’impianto di riprocessamento Eurex in cui sono state sviluppate tecniche per recuperare uranio e plutonio dagli elementi di combustibile irraggiati. Il fatto che durante l’alluvione del 2000 i siti si allagarono sfiorando una catastrofe ecologica pone ancora oggi qualche interrogativo. Anche se le operazioni di «solidificazione» dei rifiuti nucleari liquidi sono iniziate, in attesa del trasferimento in un luogo più sicuro (il deposito nazionale unico) resta qualche interrogativo alla luce delle ormai cicliche alluvioni legate al cambiamento climatico.

UNIVERSITÀ – Non solo. Dentro due università italiane: il politecnico di Milano e quella di Palermo ci sono due microreattori nucleari. Impianti che contengono materiale radioattivo da trattare. Anche in questo caso è legittimo domandarsi se, nell’epoca che viviamo nella quale non mancano tensioni sociali e terrorismo islamico in azione, il livello di sicurezza seppur presente nei luoghi pubblici come i due atenei, sia sufficiente a evitare che a qualche terrorista non vengano strane idee in testa. Lo stesso per Roma dove nell’impianto della Casaccia è ancora in funzione il reattore nucleare Triga, a Varese dove nel centro Ispra è attivo il reattore Esso R e a Voghera dove, l’Università di Pavia, tiene in funzione il reattore nucleare Lena.

ACCIAIERIE – Gli stessi dubbi sorgono anche per le due acciaierie che si sono trovate materiale radioattivo nelle loro operazioni industriali: la Beltrame di Vicenza e la Alfa di Brescia.

Il governo e successivamente il parlamento dovranno dunque stabilire quale deve essere il sito dove costituire il deposito unico nazionale in cui stoccare tutti i materiali radioattivi italiani. Per ora si tratta di un segreto, visto che si temono reazioni di piazza come avviene normalmente in questi casi. Gli italiani si domandano però se, in attesa di tale decisione, tutto quello che temporaneamente è sparso sul territorio sia realmente compatibile con i rischi di sicurezza e salute delle persone.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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