La quarta lingua studiata nel mondo ha bisogno dell'impegno delle istituzioni

Firenze: l’Accademia della Crusca chiede di potenziare l’insegnamento dell’italiano

di Roberta Manetti - - Cronaca, Cultura

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Claudio Marazzini

Il Presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini

FIRENZE – Ricordando i “150 anni della lingua d’Italia”, il Presidente dell’Accademia della Crusca, prof. Claudio Marazzini, ha sottolineato che «La lingua italiana è quella che ci fa popolo italiano, e che fa italiani anche i nuovi italiani che arrivano da altre nazioni e continenti» e ha chiesto alle istituzioni e alla scuola un maggior impegno per potenziarne l’insegnamento e incoraggiare la diffusione della sua conoscenza appofondita.

La nostra è d’altronde una lingua particolarmente radicata nella storia, più conservativa di quanto lo siano in genere le lingue. Come ha osservato l’autorevole linguista Tullio De Mauro, con il Trecento e con Dante Alighieri il 90% del vocabolario fondamentale dell’italiano era già costituito, e solo il 14% delle parole della Divina Commedia ha avuto in sorte l’obsolescenza. «Noi parliamo ancora la lingua di Dante, e Dante ci è in questo senso contemporaneo. La lingua italiana risuona oggi nelle fabbriche, nei commerci, nelle industrie, nelle scuole, nei laboratori, nei giornali e periodici, nelle sedi in cui si dibatte di politica e di convivenza civile», ha commentato Marazzini.

In passato «discutere di lingua volle dire cercare di organizzare una scuola migliore, riformare le istituzioni per creare un’Italia più moderna, più europea», ha osservato ancora Marazzini, che ha aggiunto: «Possiamo dire che la cultura dell’Italia repubblicana ha realizzato straordinari strumenti di consultazione, relativamente alla lingua, che prima mancavano. L’italiano moderno ha dunque gli strumenti di consultazione che ci si aspetta esistano per una lingua europea di una nazione ricca di 60
milioni di parlanti, una lingua che è la quarta studiata nel mondo, e a cui ci si accosta non di rado proprio per poter leggere testi di grande peso culturale, che richiedono appunto la consultazione di
strumenti raffinati. Una lingua di cultura non si presenta nuda come lingua di popolo, ma va accompagnata dai libri con cui studiosi e ricercatori la fanno crescere, e dai libri che ne illustrano le caratteristiche e ne raccolgono le risorse: il vocabolario, appunto, in cui per quattrocento anni si è distinta la nostra Accademia, dopo che fu suo merito l’aver inventato e realizzato nel 1612 il primo grande
vocabolario di una lingua europea».
Per questo tra i progetti dell’Accademia della Crusca c’è il ritorno, dopo le cinque edizioni del vocabolario, alla lessicografia generale, «nostra vocazione originaria: non a caso abbiamo messo in cantiere il corpus in vista del nuovo grande vocabolario dell’italiano post-unitario, l’italiano dei 150 anni», ha annunciato Marazzini».

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