Il Governo nicchia sull'estensione della norma ai dipendenti pubblci

Jobs Acts e licenziamenti: i ministri confermano che l’articolo 18 non si applica agli statali, nonostante la sentenza della Cassazione

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Politica, Primo piano

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ROMA – I ministri Marianna Madia e Giuliano Poletti lo avevano spiegato subito dopo l’approvazione del Jobs Act: la riforma che introduce i contratti a tutele crescenti e modifica in senso restrittivo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori riguarda solo il mondo del lavoro privato e quindi non si applica ai dipendenti pubblici. Già  all`epoca però si era detto che con il riordino della pubblica amministrazione la linea di demarcazione tra le due realtà sarebbe stata chiarita e precisata. Ora è intervenuta la sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito l’applicabilità ai dipendenti pubblici dell’articolo 18 così come modificato nel 2012, e quindi al ministero della Pubblica amministrazione si lavora per emanare norme che tolgano il governo dall’impasse.

TEMPI – Queste norme però non arriveranno molto presto: il decreto legislativo di riordino del lavoro pubblico fa parte del secondo blocco di provvedimenti attuativi che devono essere approvati, e all’interno di questo gruppo è calendarizzato in coda. Se ne parlerà  insomma a 2016 avanzato, visto che tra l’altro ci sono 18 mesi di tempo per l’attuazione della delega su questa materia, rispetto all’approvazione della legge avvenuta la scorsa estate. Nel merito sarà ribadito che i dipendenti pubblici, i quali di norma entrano nella carriera lavorativa passando per un concorso, resteranno assoggettati alla disciplina preesistente al Jobs Act.

CRITERI –  Ciò non vuoi dire che in futuro per i lavoratori pubblici tutto debba continuare come prima, anche sul fronte della disciplina. Tra i criteri della delega c’è infatti «l’introduzione di norme in materia di responsabilità  disciplinare dei pubblici dipendenti finalizzate ad accelerare e rendere concreto e certo nei tempi di espletamento e di conclusione l’esercizio dell’azione disciplinare». In altre parole, si tratta di attualizzare le procedure che sulla carta già  esistono, assicurando referenti precisi, i dirigenti interessati e gli ispettorati interni alle amministrazioni, e tempi certi per la conclusione del procedimento (si parla di un massimo di cento giorni). Insomma questo governo conferma di infischiarsene altamente delle pronunce sia della Corte costituzionale (vedi perequazione delle pensioni) sia della giustizia ordinaria. Senza che nessuno, e tantomeno il Capo dello Stato, muova un dito per ricordare che l’esecutivo dovrebbe dare l’esempio di tutela della legalità. Ma questo, secondo la filosofia imperante, vale solo per gli altri..

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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