La Natività non è narrazione edificante e zuccherosa, ma cruda realtà: come il mondo d'oggi

Firenze, omelia della notte di Natale del cardinale Betori: «Quando nacque Gesù c’erano guerre, terrorismo, povertà…»

di Giuseppe Card. Betori - - Cronaca, Economia, Politica, Primo piano

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La Natività di Gesù rappresentata dal vivo: la cruda realtà di quel tempo è anche lo specchio del mondo contemporaneo

La Natività di Gesù rappresentata dal vivo: la cruda realtà di quel tempo è anche lo specchio del mondo contemporaneo

FIRENZE – Pubblichiamo integralmente l’omelia pronunciata dal cardinale Giuseppe Betori durante la messa di Natale della notta fra il 24 e il 25 dicembre 2015.

«È diffusa una visione edulcorata del Natale, che l’industria dei consumi coltiva e incentiva, ma che è quanto di più lontano si possa immaginare dall’autentico significato della festa della nascita del nostro Redentore. Lo avverte la liturgia fin dal suo esordio, introducendo con il Salmo 2 questa celebrazione eucaristica della notte, dove all’annuncio della nascita regale riletta in chiave messianica come nascita del Figlio di Dio fatto uomo –«Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te [Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato], fa seguire il primo versetto del Salmo, un interrogativo che prospetta uno scenario tutt’altro che rassicurante: «Quare fremuerunt gentes: et populi meditati sunt inania? [Perché le genti sono in tumulto e i popoli cospirano invano?]. .

Non va infatti dimenticato che i grandi conflitti che generano guerre e violenze, portando morti e distruzioni in tante regioni del mondo, hanno una radice profonda che è il cuore dell’uomo, e solo ripartendo da cuori riconciliati si può aspirare a orizzonti di concordia e di pace per il mondo. Gli oscuri scenari delle vicende umane non appaiono solo nell’apertura della liturgia della notte del Natale, ma ci accompagnano oltre nel suo percorso e si fanno, se possibile, ancora più inquietanti. Se ne fa interprete il profeta Isaia, che esordisce con l’immagine delle tenebre e poi continua parlando di un giogo opprimente, di spalle gravate da un peso, di colpi di un aguzzino, di soldati in marcia, di sangue che gronda dai loro mantelli, di un fuoco devastante. E non è da meno l’apostolo Paolo, che denuncia empietà, desideri mondani, iniquità. In forme meno dirette, ma non meno concrete, questo cupo scenario penetra fin nella pagina evangelica, che si apre con un potere che conteggia i sudditi per affermare il proprio dominio su di loro; e a fronte di questo potere arrogante stanno i poveri, come la famiglia che viene da Nazaret e a Betlemme si arricchisce della nascita di un bambino, poveri che vivono l’esclusione e l’emarginazione in un ricovero per gli animali, e trovano attorno a sé solo la solidarietà dei reietti del popolo, quali erano, in quel contesto sociale, i pastori. In sostanza, il Natale è tutt’altro che una narrazione edificante, zuccherosa, sintesi di risonanze mitologiche e di sentimenti ancestrali, come oggi ci tocca leggere dagli opinionisti che vanno per la maggiore.

La scena del Natale è un mondo estremamente reale, di quel tempo e del nostro tempo, e viene a toccare tutte le contraddizioni più radicate della storia umana: guerre e povertà. Le grandi miserie dell’umanità sono tutte ben presenti alla coscienza di chi celebra con fede il Natale e racchiudono in sé le nostre povere miserie, anch’esse incrociate dal mistero della nascita del Bambino di Betlemme. Perché ciò che si celebra a Natale è una nascita, quella del Figlio di Dio che si fa uno di noi e in questo atto, la nascita, ci riporta alla nostra natura più profonda, quella di uomini e donne che non si fanno da soli, ma sono il frutto di una volontà altra, quella di coloro che danno loro la vita. Possiamo presumere di fare molte cose da soli, e a volte questa presunzione può giungere fino a stravolgere e negare noi stessi, ma non potremo mai darci la vita da soli. La vita ci è donata e sta a noi donarla o meno. Sentirci frutto di un dono e farci strumento di dono per gli altri, sta qui uno dei segreti più profondi del messaggio del Natale. Che la venuta di Gesù nel mondo rappresenti un dono è un fatto immediatamente percepibile dalla coscienza umana che, quando è sincera, sa di non poter vantare nessun credito nei confronti di Dio. Se il Padre ha voluto amarci fino a inviare il suo stesso Figlio, questo è solo un dono del suo amore. Anzi, proprio in questo dono che è il Natale di Gesù, noi scopriamo quanto grande è l’amore di Dio per le sue creature, che egli non abbandona nelle loro miserie: nella sua misericordia viene a noi incontro, ci si fa accanto, nella persona del proprio Figlio, per condurci fuori dalle nostre contraddizioni e introdurci nella sua amicizia, rigenerarci come figli suoi.

Solo entrando in questa logica del dono, che svelandosi nel Natale di Gesù illumina tutta la nostra esistenza, la vita di ciascuno di noi e le condizioni delle nostre società possono cambiare. Fin quando restiamo invece schiavi della logica del possesso da dilatare, che spinge ad appropriarsi di tutto anche rapinandolo e privandone gli altri, come pure dei diritti da rivendicare, secondo una concezione individualistica dell’affermazione di sé contro ogni rispetto dell’altro, non finiremo mai dal generare conflitti e lacerazioni, che dal nostro cuore si allargano fino al mondo intero. E chi ne soffrirà saranno sempre i più deboli e i più poveri. E il segno della debolezza e della povertà accompagna l’immagine del dono che è il Natale di Gesù. Egli non entra nel mondo con i segni del potere e il profilo dell’uomo adulto e autonomo, bensì nella condizione di un bambino indifeso e consegnato alla libera accoglienza degli altri. Lo aveva annunciato Isaia, per il quale colui che, mediante il diritto e la giustizia, avrebbe portato pace nel mondo lacerato dalle guerre, il «Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» si sarebbe presentato sulla scena del mondo come un bambino: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5). È questi il figlio di Maria, che appare in totale fragilità «in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7), accolto da sua madre Maria e dallo sposo di lei Giuseppe, ma rifiutato da un intero villaggio. Non manca l’annuncio della nascita di questo bambino, anzi è fatto in modo solenne, come solo gli angeli sono in grado di farlo, ma solo quegli emarginati sociali e religiosi che sono i pastori sembrano poterlo accogliere.

Il Figlio di Dio non si impone ad alcuno, non obbliga ad accettarlo, ma si propone alla libertà di ciascuno perché cerca cuori da cui ricevere amore non sottomissione. Fragilità e povertà costituiscono in questo orizzonte le condizioni della vera libertà. Tutto il contrario di quel che si è soliti pensare nel mondo, dove si ritiene che per essere veramente liberi occorre essere sciolti da ogni vincolo. Ricordiamo allora come Papa Francesco, in questa cattedrale, ci ha richiamati a tre sentimenti di Gesù che dobbiamo fare nostri. L’umiltà anzitutto: «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Discorso al 5° Convegno Ecclesiale Nazionale, Firenze 10 novembre 2015). E poi il disinteresse: «Dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di se stesso, allora non ha più posto per Dio».

Infine, la beatitudine: « Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c’è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile». Coltivare nei nostri cuori e nei nostri comportamenti questi sentimenti è quanto ci è chiesto in questo Natale, per essere davvero vicini al Bambino, umile, disinteressato e beato, che nasce per noi. Cerchiamolo questo Bambino nel volto dei nostri fratelli più poveri, facciamo a lui e a loro dono della nostra vita. Così anche noi rinasceremo a Betlemme».

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