I risultati della ricerca della direzione per gli affari economici

L’UE: l’Italia sarà ricca se investirà sul lavoro. Finora doveva solo pagare debiti …

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Cultura, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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L’Europa fa sapere che l’Italia è scesa agli ultimi posti nella scala della produzione industriale. E, come sostengono gli inglesi, abbastanza presto potrebbe essere sbattuta fuori anche dal G8, il club dei grandi della Terra. Ma nello stesso momento, cioè nelle analisi di fine anno, che qualcosa di vero in fondo rivelano, ecco che arriva la ricetta miracolosa: il nostro Paese avrebbe la possibilità di far crescere alla svelta il Pil, addirittura del 23%. Come? Facendo leva sull’italico ingegno, sulla capacità nazionale di realizzare cose eccezionali partendo da poche materie prime. Insomma: sappiamo fare un computer mettendo insieme tre aggeggi. A sostenerlo non è il solito convegno compiacente, ma una simulazione compiuta da tre economisti della direzione generale per gli affari Economici e finanziari della Commissione Europea. Ossia uno studio firmato dal responsabile del desk Italia Dino Pinelli e dagli ungheresi Istvàn Szekely e Janos Varga. La ricerca è stata condotta comparando i risultati ottenuti dall’Italia con quelli dell’Eurozona e degli altri paesi Ocse.

LAVORO – Che cosa sostengono, in sostanza, gli studiosi di Bruxelles? Che l’Italia deve tornare a investire sulle persone. Valorizzando prima di tutto il lavoro. E detassandolo. Quindi puntando su istruzione e innovazione. Tornare a investire sulle persone, ne sono convinti gli economisti, può ribaltare la tendenza. Bisogna che gli imprenditori si rendano conto che il lavoro dequalificato e mal pagato non rende nulla. Servono più laureati, visto che sotto i 35 anni ne abbiamo pochi, ma anche le conoscenze di base latitano. Le ricerche mostrano come la popolazione tra i 16 e i 25 anni abbia competenze letterarie e matematiche analoghe a quelle delle classi di età tra i 45 e i 54. I figli, insomma, se va bene ne sanno quanto i genitori. Ciò in parte dipende dallo scarso ritorno economico che l’istruzione porta agli italiani rispetto ai neolaureati di altri paesi quando vanno a cercare lavoro. Le piccole e medie aziende premiano poco lo studio. Ma ciò, in un circolo vizioso, determina di conseguenza anche la scarsa crescita delle imprese.

FIAT – Morale? A Firenze direbbero che sarebbe arrivato a questa conclusione anche l’Astrologo di Brozzi, quello che, recitano le antiche storie, “ riconosceva i pruni al tasto e la merda al puzzo”. Ossia, per dirla in modo più elegante, uno che si limitava  all’enunciazione di proposizioni del tutto scontate. In effetti non ci voleva moltissimo per capire che dalla profonda crisi degli ultimi sette anni si esce solo aumentando gli investimenti, innovando e puntando sulla creatività nostrana. Che non si è certamente esaurita nel Rinascimento.  Ma seppe manifestarsi in pieno nella ricostruzione dalle macerie della guerra e nel boom anni Sessanta. Fatto da gente operosa guidata da industriali  lungimiranti. Gianni Agnelli pagava bene gli operai della Fiat: affinchè potessero comprare le automobili che producevano. Tradotto: se girano soldi, tutti ne traggono benefici. Ma chi guadagna di più è sempre l’imprenditore che investe sulla sua azienda e sui suoi dipendenti.

CONFLITTO – Viceversa, dal 2008 in poi, si è cercato solo la rendita da capitale. O da posizione. Risultato? Contratti di lavoro risibili, nessuna certezza del posto e conflitto generazionale fra ragazzi che non capiscono perché non possono avere il benessere dei loro genitori e pensionati esposti al pubblico ludibrio solo perché titolari di buoni assegni, frutto di costosi contributi versati in una quarantina d’anni di lavoro. Insomma, un Paese che ha fatto harakiri. Con gente poco vogliosa di sbattersi d’ingegnarsi per meno di mille euro al mese e magari più propensa a trovare un secondo o un terzo lavoro. Non importa se mal fatto. L’importante è che potesse rendere qualcosa.  Nessuna categoria si è salvata:  i dipendenti pubblici sono stati messi alla gogna. E la qualità dei servizi al cittadino è precipitata. Gli editori si lamentano perché in Italia il numero di copie di giornale venduto ogni giorno è sceso, in pochi anni, da sei a tre milioni.  Un dimezzamento non dovuto solo a Internet e alla vetustà della carta stampata, ma anche dai prepensionamenti selvaggi che hanno tagliato via dalle redazioni i giornalisti più accreditati, informati, seguiti.  E i giovani, quasi sempre precari e mal pagati, si sono trovati soli, senza maestri da seguire e modelli da imitare.

80 EURO – Matteo Renzi ha pensato che, per rilanciare l’economia, fosse sufficiente detassare 80 euro dalle buste paga più magre.  Negli anni Sessanta,  pur con l’inflazione in doppia cifra, guadagnavano tutti. Il premier attuale, nato nel 1975, ha fatto finta di spaventarsi davanti al debito pubblico, dicendo che la cancelliera Angela Merkel, cioè il capo dei capi in Europa, invitava i primi ministri  “a fare i compiti a casa” e a non aumentare gli stipendi.  Ma ora Bruxelles  rivela un’altra verità: quella che per far prosperare un popolo, e metterlo in condizioni di innovare ed esprimere il meglio di sé, occorre dare lavoro e retribuzioni dignitose. Una verità che, diciamolo francamente, non aveva bisogno di essere rivelata dagli scienziati dell’economia di Bruxelles. E nemmeno da Carlo Marx. La conosceva anche l’Astrologo di Brozzi.

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Sandro Bennucci

Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
sandro.bennucci@firenzepost.it

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