Svolta storica anche contro la lobby dei produttori

Obama: decreto contro le armi. In Usa ogni anno 30 mila morti ammazzati

di Domenico Coviello - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (foto Facebook - Barack Obama)

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (foto Facebook – Barack Obama)

Li ha chiamati «incidenti con arma da fuoco», sapendo bene però che non sono fatalità. E ha subito ricordato che «ogni anno in America 30 mila persone muoiono» per questo genere di «incidenti». Poi, Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, ha varato martedì 5 gennaio 2016 una serie di decreti presidenziali esecutivi per arginare la proliferazione delle armi fra i cittadini, sfidando e scavalcando il Congresso, ormai in mano agli avversari repubblicani. E sicuramente non facendo un favore alla potentissima lobby dei fabbricanti di armi.

Obiettivo del presidente è tentare di arginare la carneficina di persone comuni sempre più spesso uccise da squilibrati, anche giovanissimi, che, facendo irruzione nelle scuole, in mezzo a civili inermi, per rivalse e frustrazioni personali, sparano ad alzo zero compiendo agghiaccianti stragi. Ma è anche quello di impedire a tutti i costi che terroristi di ogni risma acquistino senza problemi armamenti per poi seminare morte.

E proprio in questa giornata di svolta l’America vive una nuova tragedia: una bimba di due anni è stata uccisa accidentalmente da un altro bambino con una pistola lasciata incustodita in casa. Volano, intanto, in Borsa, i titoli azionari dei produttori di armi con Smith & Wesson che sale del 12,03% e Sturm Ruger avanza del 7,49%.

Stando ai dati forniti dal New York Times, la vendita di armamenti in America è fuori controllo: si è passati dai 7 milioni di armi vendute nel 2002 ai 15 milioni del 2013. Il dicembre del 2015 è stato il mese con il maggior numero di vendite negli ultimi 20 anni. Probabilmente proprio per l’annuncio di nuove misure restrittive, che adesso sono arrivate.

«The gun lobby may be holding Congress hostage, but they can’t hold America hostage. We can’t accept this carnage in our communities», ha dichiarato Obama su Twitter. Il Congresso, composto di Camera dei Rappresentanti e Senato, è definito in blocco «ostaggio delle lobby delle armi» ma «non può tenere in ostaggio l’America».

I capisaldi delle nuove misure varate sono due: in primo luogo sarà allargata la lista delle persone a cui è vietato acquistare armi e nell’elenco saranno inseriti i pregiudicati per crimini contro la persona: in secondo luogo, i venditori di armi saranno obbligati a registrarsi ottenendo licenze federali e dovranno inoltre contribuire ai controlli segnalando i clienti sospetti.

Adesso il Federal Bureau of Investigation (FBI), il maggior ente di polizia giudiziaria del governo americano, assumerà 230 nuovi esaminatori, accrescendo del 50% il suo personale dedicato a condurre queste verifiche. Il presidente chiederà al Congresso di disporre un finanziamento di 500 milioni di dollari per affrontare il problema anche dal punto di vista della salute mentale.

Diventeranno obbligatorie indagini preliminari prima di consentire a un cittadino di acquistare armi, compresi gli acquisti su internet; saranno rafforzati i controlli sulla cessione di armi tra familiari.

Dopo un lungo braccio di ferro con il Congresso, ora Obama, libero da prudenze politico-elettorali per il suo avvenire, dato che non può essere rieletto per un terzo mandato presidenziale, vuole passare alla storia. C’è chi dice lo voglia fare con un memorabile viaggio a Cuba, per sigillare la fine del «muro» dei Caraibi.

A noi, più sommessamente, sembra lo voglia fare, all’alba del nuovo 2016 appena cominciato, dando un giro di vite alla sostanzialmente libera circolazione degli armamenti negli Stati Uniti. Sono misure di cui, stando ad alcuni commentatori americani come Sam Stein di Huffington Post, neppure la Casa Bianca è in questo momento in grado di valutare davvero l’efficacia, «ma il presidente sta facendo più del Congresso».

Già ampia (e scontata) la levata di scudi dei repubblicani. Le misure però potrebbero ridare fiato alle speranze dei democratici per le elezioni presidenziali del prossimo 8 novembre, quando a correre per raccogliere l’eredità del primo presidente afroamericano, sarà, a meno di clamorose sorprese, la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti: Hillary Clinton.

 

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Domenico Coviello

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