Il pescatore palermitano rifornì di esplosivo la mafia

Firenze, strage mafiosa di via dei Georgofili: ergastolo confermato per Cosimo D’Amato

di Redazione - - Cronaca

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La strage dei Georgofili del 27 maggio '93

La strage dei Georgofili del 27 maggio 1993

ROMA – La Corte di Cassazione ha confermato oggi 18 gennaio l’ergastolo per Cosimo D’Amato, il pescatore di frodo condannato per aver rifornito di esplosivo gli autori delle stragi di mafia del 1993-94 di Firenze a via dei Georgofili, Roma e Milano. La decisione è conforme al verdetto emesso dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze il 7 luglio 2014.

In particolare, la I Sezione Penale della Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa di D’Amato contro la condanna all’ergastolo. In primo grado, il Gup di Firenze il 23 maggio 2013 aveva condannato il pescatore del borgo palermitano di Santa Flavia al carcere a vita, con rito abbreviato.

Secondo le accuse, D’Amato avrebbe estratto l’esplosivo dai residuati bellici presenti sui fondali marini. Ad accusarlo è stato il pentito Gaspare Spatuzza. La Dda di Firenze aveva arrestato il pescatore nel 2012. Secondo la difesa dell’imputato, D’Amato non sarebbe stato consapevole dell’utilizzo al quale era destinato il tritolo da lui rifornito.

Stamani in Cassazione c’erano solo gli avvocati dei familiari delle vittime della strage fiorentina di via dei Georgofili. D’Amato è accusato dalla procura di Caltanissetta anche di aver rifornito la mafia dell’esplosivo per le stragi di Capaci, in cui morì il giudice Giovanni Falcone, e di via D’Amelio, in cui fu ucciso Paolo Borsellino.

«Questa volta la giustizia ha trionfato in due sensi: con la giusta condanna sancita dalla Corte di Cassazione per Cosimo D’Amato e con il suo ‘pentimento’», è stato il commento della presidente dell’associazione fra i familiari delle vittime della strage dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli. D’Amato «da qualche tempo collabora con la giustizia – scrive Maggiani Chelli – ed è ora libero dal giogo mafioso, libero di dire, d’ora in avanti, in altri dibattimenti, tutta la verità nient’altro che la verità, perché i nostri morti e i nostri invalidi ne hanno bisogno per trovare pace».

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