Dopo la sentenza del tribunale di Palermo

Pensioni, l’esperto: sono incostituzionali blocchi e prelievi. Anche su quelle 6 o 8 volte superiori al minimo

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Top News

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rivalutazione-pensioni

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ROMA – In tema di perequazione delle pensioni abbiamo già rilevato come il Tribunale di Palermo abbia ritenuto che la parziale e limitata rivalutazione disposta dal Governo ” è di entità talmente modesta da indurre a ritenere che anche la nuova normativa mantenga un contrasto con i principi dettati dalla Costituzione e con l’interpretazione che degli stessi principi ha fornito la Corte costituzionale”.

CONSULTA – In numerose e coerenti sentenze la Corte costituzionale ha stabilito infatti che “il perdurante rispetto dei principi di sufficienza e di adeguatezza delle pensioni impone al legislatore, pur nell’esercizio del suo potere discrezionale di bilanciamento tra le varie esigenze di politica economica e le disponibilità finanziarie, di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti di quiescenza alle variazioni del costo della vita” (sentenza 30/2004).

PARERE – In merito a queste sentenze riportiamo alcune interessanti valutazioni espresse dal Dott. Carlo Sizia, un esperto di pensioni, ex Presidente CIMO (il sindacato dei medici) ed attuale dirigente di FEDERSPEV (Federazione sanitari pensionati). Sizia osserva che il nostro legislatore è intervenuto nel maggio 2015 con il d.l. 65/2015, convertito in legge 109 del 17 luglio 2015, dichiarando di voler applicare la sentenza 70/2015, ma in realtà distorcendone principi e contenuti, ovvero non tenendone conto alcuno. In particolare per i percettori di pensione oltre 6 volte il minimo INPS nulla è stato riconosciuto come dovuto: per essi l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, c. 25, della legge Fornero continua ad operare in modo pieno e stridente, nonostante che proprio queste categorie di pensionati siano state le più penalizzate, da più di 20 anni a questa parte. E fornisce molti elementi di riflessione e valutazione circa i danni patiti dai titolari di pensioni oltre le 6 volte, in particolare quelle oltre le 8 volte, il minimo INPS, infatti:

– la indicizzazione di queste pensioni è stata fortemente limitata nel 1993, nel 1998, nel 1999 e 2000, totalmente azzerata nel 2008, nel 2012 e 2013, ancora gravemente limitata, cioè al 45% e sull’importo complessivo rispetto al tasso di svalutazione che è stato certificato (o sarà certificato) nel 2014, 2015, 2016, 2017 e 2018 (per effetto della legge Letta 147/2013 e dell’ultima legge di stabilità, L. 208/2015);

– analoghe riflessioni (con l’aggravante dell’esproprio, non solo della mancata indicizzazione) possono farsi circa i contributi di solidarietà sulle pensioni di importo più elevato, introdotti nel triennio 2000-2002, e poi ancora dall’agosto 2011 al dicembre 2014 (disposizione, questa, dichiarata illegittima dalla Corte con sentenza 116/2013) e, ciò nonostante, ancora rinnovati per il triennio 2014-2016, addirittura con l’inasprimento del prelievo, attraverso la legge 147/2013;

– con la legge 109/2015 si è giunti addirittura al paradosso, nell’interpretare al rovescio la sentenza 70/2015 della Corte costituzionale (che ribadisce il divieto, di cui alla sentenza 316/2010, della reiterazione del blocco dell’indicizzazione delle pensioni), che proprio coloro che avevano subito l’azzeramento della rivalutazione nel 2008 (pensioni oltre le 8 volte il minimo INPS) lo hanno dovuto subire ancora nel 2012 e 2013, e sempre in misura piena (senza neppure il riconoscimento, tra l’inadeguato ed il provocatorio, della legge 109/2015 a favore delle pensioni tra le 3 e le 6 volte il minimo INPS, che nessun abbattimento avevano peraltro subito nel 2008);

– si continua a blaterare sulle pensioni che, per la loro misura, dovrebbero mostrare “maggiore resistenza” agli insulti inflattivi, ma sono proprio le pensioni più elevate quelle più calpestate per via del maggior prelievo fiscale, dalle addizionali locali, dalla più severa deindicizzazione;

– non si riconosce esplicitamente come la mancata indicizzazione delle pensioni, al pari dei contributi di solidarietà, altro non siano, al di là del nomen juris, che una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente tributaria.

COSTITUZIONE – E così i principi costituzionali di cui agli artt. 3, 36, 38, 53 della Costituzione sono regolarmente disattesi, ormai da anni, da parte del nostro legislatore, col risultato che, per il gioco delle fasce differenziate di rivalutazione o penalizzazione in rapporto all’importo della pensione, chi ha prestato lavoro più qualificato e di responsabilità, che ha avuto retribuzione e contribuzioni maggiori, può trovarsi a godere di una pensione di misura inferiore. Da queste considerazioni ed analisi emerge come il Governo Renzi (non dissimilmente dai Governi Monti e Letta) non ha tenuto in alcun conto i valori e i principi costituzionali, ribaditi in decine di sentenze della Corte in materia previdenziale.

Anche su questi aspetti attendiamo il responso della Consulta, che è stata o verrà sicuramente investita della questione da parte dei giudici ordinari. E allora vedremo se le osservazioni sopraindicate, che sembrano estremamente fondate e corrette,  saranno tenute in seria considerazione e se il Governo avrà il coraggio (ma Renzi ci ha abituato a questo ed altro) di non osservare le pronunce della Corte Costituzionale, procedendo dritto per la sua strada, in violazione della nostra Carta fondamentale.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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