Gli imputati sono 299, 4 dei quali dirigenti dell'istituto di credito all'epoca dei fatti

Firenze: Bank of China nel maxi processo su riciclaggio e money transfer. L’accusa: evasi 4 miliardi di euro

di Redazione - - Cronaca, Economia, Primo piano

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Il Palazzo di Giustizia a Firenze

Il Palazzo di Giustizia di Firenze

FIRENZE – Si è aperto mercoledì 16 marzo a Firenze un maxi processo per riciclaggio di denaro attraverso i negozi di money transfer adoperati per inviare soldi verso la Cina.

L’appello per l’udienza preliminare è durato oltre un’ora: gli imputati sono infatti ben 299. Si tratta di persone quasi tutte di origine orientale. Ma è coinvolta anche la Bank of China, che è chiamata a rispondere di fronte ai giudici ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa.

Secondo l’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza circa 4 miliardi di euro sarebbero sfuggiti al fisco e alla normativa dell’antiriciclaggio grazie ai trasferimenti effettuati in Cina attraverso negozi di money transfer.

La banca cinese è chiamata a rispondere sulla responsabilità amministrativa perché secondo l’accusa non avrebbe segnalato le operazioni sospette: imputati sono anche 4 suoi dirigenti, all’epoca dei fatti della succursale di Milano per l’Italia.

I reati contestati, a vario titolo, vanno dall’associazione a delinquere al riciclaggio, dal trasferimento illecito all’estero di denaro all’evasione fiscale. Una ventina di imputati hanno anche l’aggravante di mafia. In aula oltre ai difensori sono presenti anche una parte, una cinquantina, di imputati.

AGGIORNAMENTO ORE 19.47

L’importo complessivo che sarebbe stato trasferito in Cina attraverso money transfer, tra ottobre 2006 e giugno 2010, supererebbe i 5 miliardi di euro, e non 4. E’ quanto emerge dalla richiesta di costituzione di parte civile avanzata dall’Avvocatura dello Stato per il Mef, l’Agenzia delle Entrate e l’Agenzia delle Dogane presentata oggi dall’avvocato Piercarlo Pirollo al gup del tribunale di Firenze, Anna Liguori. Di questi quasi 2,2 miliardi, secondo l’accusa, sarebbero arrivati in Cina tramite il circuito bancario di Bank of China, anch’essa coinvolta nel procedimento e chiamata a rispondere ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa. In particolare la banca avrebbe favorito l’attività di riciclaggio «a fronte di ingenti commissioni», 758.229,22 euro.

Sono state numerosissime le eccezioni presentate dai difensori dei 299 imputati, la maggior parte delle quali per errata notifica agli imputati o agli stessi legali. Il gup Anna Liguori, prima di una sospensione dell’udienza per concedere al pm Giulio Monferini di replicare sulle eccezioni, ha comunicato le date delle prossime udienze che si svolgeranno il 6 e il 20 aprile, il 4 e 18 maggio, il 7 e 15 giugno e il 13 luglio. In caso di necessità è già stata fissata anche un’udienza dopo l’estate per il 7 settembre.

Durante le indagini la Guardia di finanza aveva perquisito una ventina di money transfer in Toscana, Lombardia, Lazio, Veneto e Campania. Il denaro trasferito in oriente, secondo l’accusa, era frutto della vendita a nero di prodotti tessili, di borse e oggetti in pelle, e dei guadagni derivanti dalla gestione di pasticcerie e ristoranti.

Vennero anche sequestrati vari beni tra i quali 52 imprese gestite da cinesi, 22 appartamenti, 4 negozi e un centinaio di autovetture oltre a numerosi conti correnti. Tra i casi più eclatanti accertati dalle fiamme gialle, quelli di sei imprenditori cinesi che pur non avendo mai presentato una dichiarazione dei redditi avrebbero trasferito all’estero oltre 6 milioni di euro.

 

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