Aveva 87 anni. Era ricoverato in una clinica di Roma

E’ morto Paolo Poli, lutto nel teatro. I funerali a Firenze. L’ultima esibizione all’inaugurazione del Niccolini

di Redazione - - Cronaca, Cultura, Primo piano

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paolo-poli-605392ROMA – Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 23 maggio Paolo Poli che si è spento oggi a Roma dopo un periodo di malattia. Un artista versatile, libero, come il sindaco di Firenze Dario Nardella, la città in cui era nato, l’ha voluto definire diffondendo su twitter la notizia della scomparsa. I funerali saranno nella sua città.

Quella che è stata probabilmente l’ultima più applaudita apparizione pubblica di Paolo Poli, risale a poco meno di tre mesi fa: il 7 gennaio scorso nella sua Firenze per l’inaugurazione, dopo il restauro, del Teatro Niccolini, chiuso da 20 anni e che è stato a lungo una delle sue ‘case’. Una vera e propria festa per l’attore 87enne, con una piece-intervista intitolata appunto ‘Teatrino’, durante la quale, sollecitato dalla giornalista Valentina Grazzini, Poli ha ripercorso tutta la sua carriera aiutandosi con filmati e foto, ma soprattutto con la sua strabiliante memoria. Ai giornalisti, poco prima dello spettacolo, aveva parlato di tutto, anche del suo desiderio di come morire: a chi gli aveva chiesto se quella serata segnasse un ‘ritorno a casa’, rispose sorridendo: «Ma quale ritorno a casa. Spero di morire all’estero, come Dante Alighieri…». Come al solito anche in quella occasione non lasciò inevasa ogni tipo di domanda, rispondendo sempre con l’arguzia e l’irriverenza che ne sono state la cifra in scena e nella vita. «Il premier Renzi? Spero che non ingrassi troppo… e’ meglio più magro… ma del resto la televisione non imbellisce nessuno». E quanto alla scarsa partecipazione degli italiani ad iniziative di tipo culturale «questa – aveva detto Poli – non è certo una novita’ di oggi: ricordo il successo di Mussolini, e quanti applausi ho sentito per Hitler. Io stesso ero qui a Firenze nel ’38 con una bandierina, per accogliere l’orribile tiranno. La gente lo adora, il tiranno».

 

Paolo Poli è stato un maestro per tutto un teatro tra varieta’ e lazzi e sberleffi con una solida cultura dietro ad evitare il cattivo gusto. Poli è rimasto sempre, anche quando ne aveva di certo superato l’età, un bambino, e non si può disgiungerlo da quella vocina impertinente della sua celebre lettura e interpretazione di Pinocchio, lui, figlio di Collodi e buffo palazzeschiano sin nell’impronta toscana del suo eloquio, come dalla malizia con cui raccontava favole per i piu’ piccoli o novelle famose alla Radio negli anni Settanta. Era gia’ li’ la cifra dei suoi spettacoli futuri, che passano dai grandi classici alla letteratura rosa per signorine.

Attore brillante per vocazione, dalla comicita’ intelligente e provocatoria, ma sempre con un sottofondo giocoso, come nei suoi famosi en travesti’, Poli amava i testi surreali, i lati onirici, il ridicolo del sentimentalismo, il rapido sberleffo, l’ironia che smonta e rivela anche quella sotterranea nota malinconica e esistenziale propria di ogni vero artista.

Nato nel 1928 a Firenze Paolo Poli era laureato in letteratura francese con una tesi su Henry Beque ed aveva cominciato lavorando in radio e nel teatro vernacolare, sino a quando era entrato a far parte, a Genova, della Borsa di Arlecchino fondata da Aldo Trionfo. Da li’ approdera’ a Roma, alla Cometa, con uno spettacolo sul Novellino nel 1961, cominciando il suo viaggio attraverso testi letterari di ogni genere. Particolare e spettacolare affabulatore sarcastico, ha il suo primo momento di vera gloria con Santa Rita da Cascia nel 1967, che scandalizza e viene accusata di vilipendio alla religione.

Alla ricerca sempre di quel lato paradossale proprio della vita, fuori e sopra il palcoscenico, Poli si prendeva sempre gioco di tutto, ma e’ un’apparenza, se, per poterlo fare sempre con tanta sicurezza, vuol dire che sa prendere prima tutto sul serio, con un sicuro criterio critico e una sensibilita’ vera, cosi’ da poter passare con lo stesso atteggiamento dalla letteratura alla vita, per esempio non nascondendo la propria natura omosessuale, cosa seria, ovviamente, ma su cui scherzava con la stessa impertinenza di tutto il resto.

E’ cosi’ che riesce, con naturalezza e in compagnia di Ida Ombroni, che ha firmato con lui i testi di tanti celebri spettacoli, passare da Carolina Invernizio o la Vispa Teresa a Savinio o Queneau, senza dimenticare alcuni eroi romantici come l’Alfieri. E cosi’ esemplare, se si vuole, resta nel fatidico 1969, la sua proposta de ‘La nemica’ di Niccodemi con una compagnia en travesti’ di soli uomini e dando vita a una scatenata, italica mamma duchessa tutta vezzi, gesti ad effetto, che si sventola le ascelle con un ventaglio o si mordicchia provocatoria il povero boa di struzzo, gorgheggiando avvolta nella bandiera, intonando vocine di ogni tipo e isteriche urla, che diventano una critica dall’interno, un ridicolizzare quel mondo borghese a cavallo tra Otto e Novecento, che ha portato senza alcuna coscienza il paese alla guerra e al fascismo.

Lui si divertiva, si mascherava, tirava fuori tutti i vezzi possibili, alla fine di ogni spettacolo improvvisando e quasi dialogando col pubblico, da beato immoralista dell’ambiguita’ e della crisi dei valori, provocatore amato ma solitario, unico, della crisi dei valori, provocatore amato ma solitario, unico, esibizionista che rompeva gli ipocriti confini del perbenismo, facendolo sempre anche sulla propria pelle.

Nonostante l’età, energico e irriverente, aveva continuato anche dopo gli 80 anni a frequentare il palco, a realizzare libri – come l’audiolibro Emons in cui leggeva da par suo ”La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi – ed era anche tornato in tv nel giugno scorso dopo oltre 40 anni su Rai3 con ‘E lasciatemi divertire’, 8 puntate insieme all’amico Pino Strabioli. Era stato, al solito, mattatore. ”Il mio peccato preferito? E’ la superbia. Quello che non sopporto, invece, e’ l’accidia. Il borbottio continuo di certa gente”, aveva detto.

 

 

 

 

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