Il mistero della Redenzione nelle parole dell'Arcivescovo

Firenze, messa di Pasqua, Betori: davanti al Carro del fuoco siamo tutti Pazzino de’ Pazzi

di Giuseppe Card. Betori - - Cronaca

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Il cardinale Giuseppe Betori davanti al sagrato del Duomo di Firenze

Il cardinale Giuseppe Betori davanti al sagrato del Duomo di Firenze (foto Riccardo Sanesi)

FIRENZE – Pubblichiamo per intero l’omelia pronunciata dal cardinale Giuseppe Betori, durante la messa della mattina di Pasqua. Al Gloria, come da tradizione, la colombina è andata a incendiare il Carro spinta dai razzi accesi, come vuole la leggenda dalle pietre focaie portate a Firenze da Pazzino de’ Pazzi dopo la prima crociata. Ecco le sue parole:

«La Pasqua a Firenze è evento fastoso, segnato dai bagliori e dal fragore dei giochi pirotecnici del Carro, un modo antico e bello per dire chela gioia di questa festa accomuna tutti: vuole penetrare il cuore di ciascuno, ma non teme anche di diventare esperienza di tutta una comunità. Così si attesta che ciò che appartiene ai cristiani non si consuma nel privato dei credenti, ma è dono offerto a tutti per diventare motivo di gioia e di condivisione, perfino di identità, al di là anche dell’adesione di fede. Intorno al Carro ci sentiamo tutti più fiorentini. Ci sentiamo un po’ tutti Pazzino de’ Pazzi quest’oggi, nell’orgoglio di mura scalate per primi, al fine di rendere libero l’accesso ai luoghi santi di Gerusalemme, a quel sepolcro dal cui vuoto – infinita fantasia di Dio – è scaturita la fede cristiana; un vuoto che ha generato pienezza, la fede nella vita che vince la morte.

Come vescovo di questa città, in questo giorno di festa per tutti, mi è d’obbligo però richiamare alla sorgente della festa, a porre lo sguardo lì da dove essa scaturisce. Se ci colpiscono infatti i fulgori e i potenti scoppi del Carro, non dobbiamo dimenticare che tutto questo nasce da un’umile fiammella, quella del Cero pasquale da cui ho tratto il fuoco che ha dato l’avvio al volo rapido della colombina. Se ci attrae la potenza del Carro, non dimentichiamo però l’umiltà del Cero, acceso nella Veglia pasquale dalle pietre del Santo Sepolcro. Da quel sepolcro, infatti, che ne custodiva il corpo è risorto Colui che era stato crocifisso, lui che nella notte del mondo è apparso come luce inestinguibile, che orienta la vita e la storia degli uomini.

Cardinale Giuseppe Betori (foto Giacomo Morini)

Dopo l’eccitazione e lo stordimento dello scoppio del Carro vi invito pertanto ora a portare il vostro sguardo sul Cero, cioè su Cristo, lui che è il sole della vita e della storia degli uomini. I nostri padri lo hanno voluto impresso questo messaggio sul pavimento del nostro battistero, dove un’incantevole tarsia marmorea raffigura lo zodiaco con al centro un sole che così si presenta: «EN GIRO TORTE SOL CICLOS ET ROTOR IGNE», “Ecco io il sole, son volto dal fuoco e con esso volgo il corso delle orbite”. Uscendo dalla vasca battesimale, chi che era divenuto cristianocamminava su questo tappeto per giungere alla porta che lo avrebbe condotto alla Chiesa, e mentre lo percorreva gli veniva annunciato che il tempo – lo zodiaco –, cioè la storia, ha un centro che l’illumina e la muove, un sole, Cristo Signore, che è mosso dal fuoco dell’amore divino e con questo amore muove l’universo. Da Cristo, dalla sua persona e dalla sua parola avrebbe dovuto lasciarsi guidare, illuminando l’intelligenza delle cose allo splendore di questo sole, secondo la struttura profonda della fede cristiana che non si oppone alla ragione, ma la anima e vi si riconosce, quale strumento ci comprensione della ragionevolezza della realtà. In questa consonanza tra fede e ragione, tra luce di Cristo e sostanza delle cose sta la radice del rifiuto di ogni fanatismo assolutista che in nome della religione nega l’umano, e al tempo stesso di ogni relativismo nichilista, che in nome dell’umano nega la trascendenza e chiude quindi l’uomo nel groviglio dei propri desideri, negando ogni condiviso orientamento alla convivenza sociale. Sta qui il fondamento di una civiltà, la nostra, oggi posta in pericolo dall’assalto esterno di ideologie che usano il monolitismo religioso per diffondere un estremismo intollerante e omicida, ma che rischia in pari tempo di logorarsi al proprio interno nelle derive agnostiche e indifferenti a cui viene condotta da un relativismo esso sì scettico nei confronti dell’intelligenza umana a cui vorrebbe negare l’aspirazione al vero.

Il messaggio della fede risplende nella luminosità della verità che rivela e diventa orientamento sicuro per chi se ne lascia conquistare e ad essa si affida. Ma il tragitto per giungervi non ha la medesima chiarezza ed è colmo di tensioni. Ne è testimone la pagina del vangelo di Giovanni che la liturgia consegna alla nostra riflessione, una pagina in cui si intrecciano stati d’animo in cui non fatichiamo a rispecchiarci. Maria di Magdala è la prima a mettersi in cammino verso il sepolcro di Cristo, e lo fa ancora nel buio della notte, una notte che non solo la avvolge, ma si è incuneata nel suo spirito, nel cuore. E quel che vede, una tomba da cui è stata tolta la pietra, le produce solo ulteriore smarrimento. Non entra neanche nel sepolcro ora vuoto, quasi per non acuire la sua inquietudine. Sa solo dire: «Non sappiamo…» (Gv 20,2). E questa ignoranza non riguarda solo dove sia il luogo in cui pensa sia stato posto il corpo del Signore, ma si estende alla sua persona, al mistero che avvolge d’ora in poi la sua presenza tra gli uomini. Quel non sapere non è altro che l’estremo confine di una difficoltàa capire davvero Gesù, che da sempre ha inquietato i discepoli e con il quale dobbiamo misurarci anche noi.

Questa condizione di oscurità accompagna l’uomo in tutta la storia, ma si può dire che si è ulteriormente accentuata da quando egli ha preteso di possedere da sé i lumi che potevano chiarire tutto, il come delle cose e la loro natura, dovendo però nel contempo fare i conti con una crescenteconfusioneGiuseppe Betori circa i loro significati e i loro fini. Si sono così scatenate le ideologie più barbare e si è persino tentato di giustificare gli eccidi più inumani. Ancora oggi la confusione circa la persona umana e la sua dignità, le sue relazioni e i suoi progetti, sta disfacendo il tessuto sociale, minando le basi della giustizia e della solidarietà, con preoccupanti prospettive per il futuro stesso dell’umanità. Un uomo che non riesce a controllare più gli strumenti che si è dato, si avvia verso un mondo in cui ci si chiede se ci sarà ancora spazio per l’umanità così come la conosciamo.

Anche i due discepoli che la parola di Maria ha messo in moto giungono al sepolcro. Vi giungono con l’affanno di chi corre perché sa che deve vedere con i propri occhi per poter prendere posizionesull’interrogativo posto dalla donna. Ogni collocazione di fronte alla fede non può che essere personale, implicando una responsabilità che non può accettare che ci si adegui al pensiero dominante, ieri più favorevole al Vangelo, oggi con evidenza contrario. Di qui scaturisce un appello, perchéciascuno si sforzi di uscire dal conformismo e si impegni per una sceltapersonale, che non abbia timore di guardare il volto di Cristo e di confrontarsi con lui.

E giunti al sepolcro i due discepoli vedono: vedono i fatti, il sudario e i teli posti con ordine e non sottosopra, come sarebbe se il corpo di Gesù fosse stato trafugato. C’è un ordine in quella tomba che li interroga, ma che non basta a illuminare Pietro. Altra è invece la conclusione dell’altro discepolo, «quello che Gesù amava»: «Vide e credette» (Gv 20,8). Cosa differenzia Pietro da questo misterioso discepolo? L’esperienza che fanno è la medesima, ma la condizione del loro cuore è diversa. Il cuore di Pietro,lo conosciamo bene dal vangelo, è pieno di slanci e di scelte coraggiose,anche di rinnegamenti e subito dopo di pentimenti. Dell’altro discepolosappiamo poco o nulla, neppure il nome; ma ci è detto che egli è amato da Gesù. Non che Gesù non ami Pietro, ma nel cuore di quest’altro discepolo l’amore di Gesù ha trovato posto, per questo egli è simbolo di tutti coloro che Gesù affida alla propria Madre dalla croce, il simbolo di ogni vero discepolo, perfino di Pietro quando anch’egli si fa e si farà umile discepolo. La strada della fede è aperta dall’amore, l’amore che viene da Gesù e che èaccolto con umiltà. Poi ci sarà anche la parola, quella delle Scritture, che illuminerà questo mistero d’amore e lo renderà ragionevole alla mente dell’uomo. Si farà parola di annuncio come nell’esperienza dei primi credenti, quale ci è stata narrata nella prima lettura.

L’amore di Gesù e la sua parola ci permettono infatti di guardare le cose con i suoi occhi e di scoprirlo presente nella storia là dove egli ci ha detto: nei poveri anzitutto e in ogni esperienza di comunione e di servizio.Guidati da questo sguardo di amore e di vita è possibile pensare un mondo nuovo, libero dalla malvagità e proiettato verso il bene. A questo sguardo che va oltre la fatica del presente siamo oggi richiamati nella speranza che la Pasqua infonde nei nostri cuori. Guardando il mondo con gli occhi di Cristo sarà davvero una buona Pasqua».

 

 

 

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