Più positivo l'intervento del Capo della polizia su prefetti e questori

Terrorismo: per combatterlo Alfano lancia un piano antiradicalizzazione dell’Islam

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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I recenti attentati che hanno colpito altri Paesi, nei quali è più forte ed antica la presenza di una componente islamica, hanno riproposto anche in Italia il problema di quale sia la migliore strategia per prevenire questo tipo di avvenimenti. Il ministero dell`Interno si è messo all’opera innanzitutto sulla via del controllo e della prevenzione e il Capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, ha sollecitato prefetti e questori a verificare ogni situazione di minaccia annidata nelle periferie e le marginalità sociali. E già questo è un fattore altamente positivo e di pratico impatto.

Ma si è messa in moto, oltre all’organizzazione della vigilanza, anche un’iniziativa più squisitamente politica: il ministro Angelino Alfano ha un obiettivo preciso: prevenire, ridimensionare e ove possibile eliminare le forme di radicalizzazione islamica. Attraverso un lavoro capillare nelle carceri e l’intervento in tutte le situazioni di degrado e povertà. Sembrano in realtà azioni destinate a pubblicizzare l’azione del Governo, come tipico dell’esecutivo Renzi, ma a non dare molti frutti, soprattutto la seconda: infatti la famiglia Salah in Belgio era tutt’altro che marginale; era assistita, mantenuta e impiegata dallo Stato o dai comuni. Purtuttavia da questo ambiente sono usciti gli attentatori assassini.

In realtà – in altri Paesi – anche l`azione repressiva delle forze dell`ordine poco o nulla ha potuto contro la crescita di quelle che sono state chiamate le Molenbeek d`Europa, i quartieri in Belgio e anche in Francia inaccessibili ai tutori della legge dove è cresciuto negli anni l`odio islamico contro la cultura occidentale, terreno fertile per il reclutamento dell`Isis.

Il Viceministro all’Interno Filippo Bubbico così ha inquadrato il problema, mettendo in evidenza la situazione delle carceri: «Nelle carceri oggi abbiamo le maggiori evidenze dei rischi di radicalizzazione in Italia. Sono molte e diffuse. Insieme al ministero di Grazia e Giustizia dobbiamo fare un lavoro urgente e puntuale». Gli esempi di reclutamento e di conquista alla jihad dietro le sbarre, del resto, ormai sono certificati dalle inchieste giudiziarie; l’ultimo caso in un`indagine del Ros dei Carabineri resa nota due settimane fa dalla procura di Roma. Recentemente inoltre al Copasir il generale Arturo Esposito, direttore dell`Aisi (il servizio segreto interno), ha spiegato l`azione di ricognizione, ormai a largo raggio, degli agenti tra gli istituti penitenziari di tutt’Italia.

L’intenzione del Ministero è lodevole, ma non si sa quanto produttiva di effetti. Spega Bubbico: «Ora si tratta di inviare negli istituti penitenziari soggetti esterni, in grado di professare l`Islam moderato e non violento. Devono essere, in sostanza, imam riconosciuti non solo dalle nostre autorità ma anche dalla comunità islamica in Italia con cui siamo in dialogo e confronto. Un`operazione che dovrà passare anche da un esame con l`organismo ufficiale di consultazione presso l’Interno».

Poiché non esiste un’Autorità superiore che riconosca un imam, visto che ciascuno si autoproclama e che fra di loro non esiste gerarchia, la buona volontà delle nostre autorità si rivolge a quelle organizzazioni che hanno contatti con i ministeri. Nello scorso novembre il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), ha stipulato un protocollo d`intesa con l`Ucoii (Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia) proprio per «favorire l`accesso di mediatori culturali e di ministri di culto negli istituti penitenziari».

Gli esempi pregressi però non sono incoraggianti: al Viminale, a partire dal 2005, quando sono stati ministri prima Giuseppe Pisanu e poi Giuliano Amato, era nata una Consulta per l`Islam italiano finita tra non poche polemiche su un binario morto. Alfano, dopo gli attacchi di Parigi di fine 2015, ha istituito e riunito il 24 febbraio scorso un Tavolo permanente di consultazione affidato al sottosegretario Domenico Manzione (Pd): già allora si ipotizzò di formare un albo di imam e il varo di una campagna web contro il radicalismo religioso.

Buoni propositi che adesso il ministro dell`Interno vorrebbe realizzare, tanto che ha annunciato la presentazione di un piano anti-radicalizzazione a Palazzo Chigi, all`attenzione del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oltre alle iniziative citate il piano prevede anche la creazione di «centri di ascolto» da istituire in ogni prefettura per aprire al dialogo con le comunità religiose locali in una forma coordinata e istituzionale. Ma resta il problema di reperire professionalità adeguate a sostenere seriamente questo sforzo, che a dire il vero pare più un segnale lanciato per tranquillizzare l’opinione pubblica che per altro. Per la lotta contro la marginalità nelle periferie la legge di stabilità ha stanziato 500 milioni, che andranno sicuramente nelle tasche di associazioni, di esperti, per convegni, tavole rotonde che lasciano il tempo che trovano.

In sostanza l’unica attività produttiva resterà quella delle Forze dell’ordine e della magistratura, mentre le altre azioni preannunciate a livello politico resteranno i soliti pannicelli caldi, improduttivi, utili soltanto agli ambienti di venditori di chiacchiere e di fumo, dei quali vorremmo una volta per tutte sbarazzarci, ma che sono purtroppo ben collegati all’intellighentia e alla politica adesso dominante.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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