No alla diminuzione del 3% in cambio dell'anticipo

Pensioni, flessibilità: i sindacati contrari alle proposte di Boeri. Domani 2 aprile manifestazione unitaria

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Politica

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Tito-Boeri

Tito-Boeri

ROMA – Le manifestazioni promosse sullo scottante tema delle pensioni e della flessibilità, per domani 2 aprile, da Cgil, Cisl e Uil a Roma, Venezia e Napoli, arrivano a pochi giorni dalla riunione del Consiglio dei ministri chiamato ad approvare il Documento di economia e finanza (Def), con le nuove stime su Pil e conti pubblici e le grandi linee della politica economica del 2016. Le probabilità che in quella sede il governo entri nel merito degli eventuali correttivi alla riforma Fornero sono abbastanza limitate. E’ però probabile che venga ribadita la volontà di apportare qualche ritocco con la prossima legge di Stabilità.

Del resto, le distanze tra le tre confederazioni e l’esecutivo appaiono abbastanza ampie. Cgil, Cisl e Uil chiedono interventi di portata significativa, tali da aprire le porte della pensione a lavoratori che in base alle regole attuali dovrebbero attendere qualche anno. Ma allo stesso tempo non vedono di buon occhio le ipotesi di maggiore flessibilità in uscita in cambio di una riduzione dell’importo del trattamento futuro.

UIL – Ad esempio la Uil nei giorni scorsi ha manifestato la propria contrarietà alla proposta avanzata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, secondo la quale ogni anno di uscita anticipata dovrebbe costare il 3% dell’assegno. Con questo sistema – spiega la Uil – si perderebbero 1.755 euro l’anno nel caso di una pensione mensile lorda di 1.500 euro (livello minimo per chiedere l’anticipo secondo Boeri) e quasi 4.100 euro l’anno sempre nel caso di anticipo di tre anni per una pensione lorda da 3.500 euro mensili. In pratica – spiega il sindacato in una nota – si perderebbe oltre una mensilità l’anno. «La penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo – argomenta la Uil – avrebbe un costo troppo alto per i lavoratori. Un taglio lineare, inoltre, graverebbe maggiormente sulle spalle di chi percepirà trattamenti più bassi: chiedere un sacrificio di 135 euro al mese a chi ne percepisce 1500 euro lordi comporterebbe una notevole perdita. La Uil è contraria a una flessibilità costruita sulle spalle dei lavoratori, già fortemente penalizzati da tutti gli interventi sulla previdenza».

«Abbiamo ipotizzato – si legge in una nota del servizio politiche previdenziali della Uil – che un lavoratore possa accedere alla pensione con un anticipo rispetto all’età anagrafica attualmente richiesta (66 anni e 7 mesi) fino ad un massimo di 3 anni. Abbiamo poi applicato una penalizzazione pari al 3% del trattamento spettante al momento del pensionamento per ogni anno di anticipo. Va inoltre valutato che anticipando la pensione la quota contributiva sarà inferiore, quindi la differenza teorica tra il trattamento decurtato ed il trattamento percepito con un pensionamento a 66 anni e 7 mesi sarebbe maggiore».

Un lavoratore che accede alla pensione a 63 anni e 7 mesi (tre anni di anticipo rispetto all’età di vecchiaia) con un trattamento pieno raggiungendo l’età di vecchiaia di 1.500 euro lordi mensili, dovrebbe rinunciare di fatto a oltre una mensilità l’anno, 1.755 euro, per il resto della vita. Un lavoratore che accede alla pensione con un trattamento pieno al momento del pensionamento pari a 3.500 euro lordi mensili vedrebbe il proprio assegno tagliato di 4.095 euro annui. Nel caso di anticipo di tre anni per un lavoratore che al momento del pensionamento avrebbe diritto a una pensione lorda di 2.500 euro l’anno la decurtazione sarebbe di 2.925 euro l’anno pari a 225 euro al mese.

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Camillo Cipriani

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