Una mostra a Palazzo Strozzi che celebra il mecenatismo dei Guggenheim

Siamo a New York e non lo sapevamo…

di Cristina Degl'Innocenti - - Cronaca, Cultura, Lente d'Ingrandimento

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Alexander Calder, Luna gialla

Alexander Calder, Luna gialla

Bravi tutti. Adesso credo si possa cominciare a dire ciò che si pensa. Questa volta ho atteso più di 10 giorni prima di provare a scrivere una recensione sulla recente mostra a Palazzo Strozzi. Forse è meglio dire riflessione. Il titolo è «Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim.» Cominciamo dal catalogo. Indubbiamente un eccellente lavoro, curato, preciso, interessante, ben impaginato. Ottimi gli interventi critici. Le opere. Cosa mai si potrebbe dire più di quello che è stato già detto sui lavori di Kandinsky, Pollock, Picasso, Calder, Duchamp, Rothko, Fontana. Credo che ogni parola sia superflua e non aggiunga o tolga niente a quanto le stesse opere, capolavori indiscussi di alcuni dei più importanti artisti del Novecento, siano o abbiano rappresentato per la storia della cultura occidentale. Allora cosa rimane. Rimane quella cosa che si chiama mostra e che dovrebbe essere la novità. La «lettura» critica, ma anche il linguaggio narrativo attraverso il quale il curatore intende raccontare le opere, le relazioni tra esse e talvolta anche il loro inserimento in contesti diversi, nuovi. Anche in questo caso era stato già detto qualcosa o meglio fatto.

Ben 25 opere fra quelle esposte avevano fatto parte, infatti, di un’esposizione che Peggy Guggenheim aveva portato a Firenze già nel lontano 1949. Quasi settanta anni fa. Allora l’evento aveva suscitato molto clamore nel mondo della cultura fiorentina. Attacchi da una parte, giubilo dall’altra per la modernità delle opere esposte. Divisi su tutto i fiorentini. Anche qui niente di nuovo. Nel corso della conferenza stampa, questa volta siamo ai nostri giorni, curatori, sostenitori, patrocinatori, amici, è stato tutto uno sperticarsi su quanto la mostra in questione facesse di Firenze una succursale di New York. Un po’ azzardato, ma ci ha pensato Cristina Acidini, presente alla conferenza stampa, alla quale non sfugge mai l’occasione per essere saggia e sagace, a rimettere in carreggiata questo stuolo di entusiasti amanti dell’arte contemporanea, anzi moderna, abbacinati dalla possibilità di vedersi di nuovo al centro del dibattito culturale mondiale.

«Siamo a Firenze» ha esordito Cristina Acidini. Effettivamente, sbirciando fuori dalla finestra non si vedeva né i grattacieli né Central Park, ma i soliti tetti rossi, qualche camino e qualche antenna della televisione e in lontananza il Forte Belvedere. Considerando che il teletrasporto, alla Star Trek, ancora non è stato brevettato, rimane l’amara constatazione, o fortunata, mi viene voglia di dire, di essere ancora vicini alle rive dell’Arno. Dunque, torniamo alla mostra. Eppure mi è davvero difficile esprimere un giudizio su di essa. Forse sono sopraffatta dalla bellezza dei capolavori, dalla incredibile occasione di prendere coscienza dell’importanza del mecenatismo dei due collezionisti americani – erano zio e nipote – che la fortuna aveva voluto ricchi, anzi ricchissimi, e che come spesso accade seppero fare di un hobby, di una passione una nuova occasione per incrementare il proprio patrimonio. Non so. Mi è rimasto però un po’ di amaro in bocca. Ma a cosa serve una mostra così? Educare le masse? Sollazzare tra un gelato, una degustazione di vino, una ribollita, il turista ormai sazio di tutto e di troppo. Al quale sembrerà davvero di stare a New York. In effetti l’allestimento è un susseguirsi di scatole e di pannelli, controsoffitti, luci bianche stellari, buio da casa degli spiriti al luna park. Tutto dentro il contenitore quattrocentesco di Michelozzo. Lo straniamento del turista è completato, la sua ormai perduta percezione di essere venuti a Firenze, anche. Se non è la mostra dell’anno è certo il miglior set cinematografico per un film di Fellini. Chissà se andando a New York avremo mai la sensazione di trovarsi a Firenze. Attendiamo curiosi e pazienti.

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Cristina Degl'Innocenti

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