Ora è al 77esimo posto su 180 paesi

Libertà di stampa: nella classifica mondiale l’Italia è dietro a Mongolia e Burkina Faso. Renzi che ne dice?

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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PARIGI – L’Italia frena la caduta libera dell’anno scorso, quando crollò di 24 posti nella classifica della libertà di stampa stilata annualmente da Reporters sans Frontieres, ma arretra ancora di 4 posizioni. Ora è al 77esimo posto su 180 paesi. Sotto accusa, mafia, criminalità, minacce di morte ai giornalisti e procedimenti giudiziari per gli autori di inchieste, come quelle sullo scandalo VatiLeaks. Bisognerebbe anche aggiungere le querele temerarie, alle quali ricorrono molto spesso i politici per frenare le inchieste dei giornalisti. Funziona così: esce l’articolo e il politico scatena l’avvocato. Richiesta danni: centinaia di migliaia di euro. O anche un milione. Poi il magistrato, generalmente, archivia. Ma intanto editori e giornalisti sono intimiditi. Perché il Parlamento non si decide finalmente a legiferare in modo che chi minaccia, o sporge, querele senza fondamento sia costretto a pagare lui quel che richiede? Matteo Renzi si è fatto bello chiedendo all’Ue di far fare passi avanti alla Turchia nella libertà di stampa durante la trattativa sui migranti, ma di fronte a questa graduatoria non diventa un po’ rosso in viso?

Per una volta, Rsf non menziona nel suo rapporto la concentrazione dei media e la pressione del potere sui giornalisti italiani. Lo fa con la Francia (45esima), dove – si legge – «un pugno di uomini d’affari con interessi estranei al mondo dei media possiedono la maggior parte delle testate private nazionali». Per l’Italia, invece, che arriva dietro paesi come la Mongolia o il Burkina Faso, i problemi sono simili a quelli della Gran Bretagna (38esima). Lì, «la polizia ricorre al Regulation of investigatory Powers Act per tentare di violare il segreto delle fonti, mentre in Italia si moltiplicano le irruzioni di polizia con lo stesso obiettivo. In Italia, inoltre, le minacce mafiose sono ricorrenti».

La situazione italiana, secondo l’indagine annuale, era nettamente migliorata nel 2014, uscendo da una spirale negativa e tornando al 49esimo posto con giudizio finale di un clima piuttosto buono. L’anno scorso, il tracollo, 24 posti più giù, 73esimo gradino a causa di minacce della mafia, cause per diffamazione e attacchi ai giornalisti, personali e alle loro proprietà (auto incendiate, ecc.). Quest’anno, il paragrafo sull’Italia, intitolato «Sotto scorta della polizia», riporta cifre della stampa italiana che parlano di un numero «da 30 a 50 giornalisti sotto protezione dopo minacce pronunciate nei loro confronti. Si tratta di intimidazioni verbali o fisiche, minacce di morte, ecc di un livello molto preoccupante. Gli autori di inchieste sulla corruzione o sul crimine organizzato sono i primi a finire nel mirino».

Un capitolo a parte per «il Vaticano, dove la giustizia se la prende con la stampa, nel contesto degli scandali Vatileaks e Vatileaks 2. Due giornalisti – sottolinea Rsf – rischiano 8 anni di carcere per la pubblicazione di libri che rivelano il malaffare della Santa Sede».

Finlandia, Olanda e Norvegia rappresentano il podio di questa classifica che Rsf stila dal 2002, con i finlandesi che si classificano in testa per il sesto anno consecutivo. L’Europa si conferma campione della libertà di stampa, anche se la lotta al terrorismo e le leggi eccezionali ne minano il modello virtuoso. Segue l’Africa – eccetto la sua regione Nord, che insieme al Medio Oriente rappresenta il punto più nero per la libera espressione – che per la prima volta supera le Americhe (a causa della pessima performance di paesi come Venezuela, Honduras, Colombia ed Ecuador). Questo è il punto più dolente del rapporto, che nota – nel suo complesso – un complessivo degrado della situazione su scala mondiale. Sottolineato l’ottimo comportamento della Tunisia, che guadagna 30 posti per il consolidamento degli effetti positivi della rivoluzione. Agli ultimi tre posti si confermano Turkmenistan, Corea del Nord e il fanalino di coda Eritrea.

La classifica si basa su una serie di indicatori che l’organizzazione prende in esame: pluralismo, indipendenza dei media, ambiente generale e autocensura, quadro legislativo, trasparenza e infrastrutture.

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Camillo Cipriani

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