Ministero dell'Interno e prefetture per ora governano il fenomeno

Immigrazione: in Italia niente banlieue ma accoglienza diffusa, sul modello toscano

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento

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Se l’Italia s’è risparmiata il fenomeno delle banlieue intrise di odio come a Parigi, o le Molenbeek dove dominano gli islamici come a Bruxelles, è merito certo dei numeri finora contenuti – rispetto ad altri Stati –  dell’immigrazione, ma anche di un «modello italiano» di accoglienza che forse non è stato analizzato e apprezzato nel modo giusto. Il Belpaese dei mille campanili negli ultimi dieci anni ha assorbito un numero notevole di nuovi arrivi, ma frazionandoli sul territorio. Questo processo è stato in parte spontaneo, ma in massima parte guidato dall’alto: il ministero dell’Interno ha distribuito, attraverso le prefetture, i richiedenti asilo tra centinaia di Comuni.

VOLTA – Morale: se l’Italia accogliesse 300 mila nuovi residenti l’anno, l’impatto sull’opinione pubblica non sarebbe poi così devastante. «Tutto merito della irriducibile varietà italiana, la quale ha fatto sì che gli stranieri approdati in Italia non si addensassero pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma si disperdessero piuttosto tra le mille mete possibili». Così la pensa il centro studi «Volta», think-tank con basi a Milano e Bruxelles, che si autodefinisce «acceleratore di idee», e si è presentato al mondo all’ultima Leopolda di Renzi . L’immigrazione è al centro del loro ultimo dossier. Lo ha redatto Roberto Volpi, statistico e saggista, con ampia analisi dei dati, e qualche polemica. «Anni e anni di report sull’immigrazione in Italia, che ne hanno colto quasi solo le cosiddette criticità, hanno finito per imprimere sul fenomeno proprio quel marchio di negatività, e quasi di impossibilità di poterne venire a capo, che porta a non valorizzare il buono che c’è e che può ancora esser fatto».

ENCLAVE – Un fattore positivo: in Italia non esistono o quasi «enclave» etniche o religiose. Non c’è differenza nelle concentrazioni di immigrati tra città grandi, medie e piccole. «Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia. Nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non viene ospitato neppure un terzo degli immigrati residenti».

CITTÀ – Se anche a Roma, Milano e Torino ci si avvicina alla soglia di un 20% di immigrati, «il carattere diffusivo dell’immigrazione spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane». Il grafico qui sotto è indicativo delle percentuali di immigrati nelle città.

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Che fare per il futuro, si domanda il think-tank? Continuare su questa strada perché un’economia diffusa sul territorio funziona da equilibratore naturale.

Lo abbiamo sperimentato da tempo in Toscana: fin dal 1991-92, in occasione delle prime ondate d’immigrati dall’Albania, abbiamo scelto il metodo della distribuzione sul territorio a piccoli gruppi. Neppure a Prato, dove esiste una numerosissima comunità cinese, abbiamo avuto risvolti negativi, almeno finora, da parte delle popolazioni. Dunque il sistema sembra funzionare, ma fino a quando potrà durare se l’Europa e le organizzazioni mondiali continuano a tirarsi indietro e a lasciare soltanto a pochi Paesi l’onere dell’accoglienza e dell’integrazione? Il Ministero dell’Interno, lo abbiamo riferito, sta attrezzando caserme e uffici dismessi per garantire nei prossimi mesi almeno 30.000 posti. Temiamo però che saranno sufficienti solo ad affrontare la prima futura emergenza: ci avviciniamo al periodo estivo, durante il quale le traversate e gli arrivi sono destinati a moltiplicarsi. Pur confidando nella saggezza e nelle capacità organizzative delle nostre Autorità centrali e periferiche è proprio il caso di dire: che Dio ce la mandi buona!

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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