Accertare le responsabilità

Voragine lungarno torrigiani: non è giusto che i danni li paghino i cittadini con la bolletta di Publiacqua

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Economia, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Prima di tutto permettete che io metta le mani avanti su due questioni: 1) L’Arno questa volta non c’entra niente e i ripetuti richiami all’alluvione del 1966 (solo perché ricorre il cinquantesimo anniversario della tragedia) sono serviti a far colore in tanti servizi radio e tv, ma hanno solo creato un po’ di confusione in più: 2) Se sarà accertato che il crollo dev’essere attribuito al grosso tubo di Publiacqua che si è spaccato, amministrazioni pubbliche (Comune di Firenze, Città metropolitana, Regione Toscana) e anche le associazioni dei consumatori si accertino che, alla fine, tutti i danni non finiscano nelle bollette, già ritenute le più care d’Italia, degli utenti di Firenze.

RESPONSABILITA’ – Mi spiego: se per caso il danno fosse dovuto a scarsa manutenzione o a interventi necessari e mai realizzati, occorrerebbe cercare le responsabilità e non punire gli incolpevoli fiorentini che, in questo modo,  si ritroverebbero, come si diceva una volta, con il danno e l’uscio addosso. Rifarsela con l’anello debole della catena, ossia gli utenti, sarebbe ingiusto e ingiustificato. Scrivo questo perché, in tanti anni di professione, ho imparato che, in certe situazioni, le responsabilità diventano nebbia: si dissolvono. La magistratura ha aperto un fascicolo. Non mi piacciono i processi fatti sui giornali. Gli inquirenti accertino il caso e si pronuncino. Credo che Firenze si aspetti, e meriti, che venga fetta chiarezza. Se qualcuno  ha sbagliato,  lo si dica e si proceda secondo giustizia. Magari senza permettere che venga vessato il cittadino che, oltre a tutto, ha dovuto anche passare la giornata con il rubinetto secco.

SPALLETTE – Naturalmente non mi sfugge che le spallette, e i muri a difesa dalle piene che le sostengono, risalgono a circa 150 anni fa, ossia al periodo dei lavori fatti dal grande Poggi al tempo di Firenze capitale d’Italia. In qualche tratto si è intervenuti dopo, ma in linea generale i lavori sono stati limitati. Mi viene in mente un cedimento di lungarno nel 1964 (non avevo ancora cominciato a scrivere sui giornali…), ossia due anni prima dall’alluvione. Andò giù una parte del lungarno Santa Rosa. Un’auto finì nella voragine, probabilment ci scappò il morto. Dopo il disastro del 1966, molte spallette vennero risistemate o addirittura ricostruite. In particolare venne messa tanta attenzione al tratto fra Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita, il più centrale, dove i muraglioni vennero rinforzati e rialzati per permettere al fiume una portata maggiore in condizioni di relativa sicurezza. Lavori che si accompagnarono all’abbassamento delle platee dei due ponti. Poi, se non sbaglio, è successo poco. Mi viene in mente un allagamento recente, sempre la rottura di un tubo dell’acqua, nel lungarno dei Pioppi. Il problema? Capisco che intervenire sulle opere di difesa sia costoso, ma è obbligatorio farlo. Perché ora dobbiamo riparare i danni provocati da un tubo dell’acqua potabile. Tutto sommato una quantità di metri cubi non eccezionale. Ma pensate che cosa potrebbe capitare se la spinta arrivasse dall’Arno, capace, quando si gonfia, di rovesciare su Firenze migliaia e migliaia di metri cubi d’acqua fangosa e dirompente. Nel cinquantesimo anniversario dell’alluvione bisognerebbe riflettere. E soprattutto agire. Senza  lasciarsi fuorviare da tavole rotonde e convegni fumosi e costosi.

 

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Sandro Bennucci

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Direttore del Firenze Post
sandro.bennucci@firenzepost.it

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