Intervengono Ministro e Consiglio superiore della magistratura

Reggio Calabria: condannati scarcerati perchè il giudice non ha depositato le motivazioni della sentenza

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia

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Giudice

REGGIO CALABRIA – La Calabria è stata teatro, negli ultimi mesi, di alcune disfunzioni giudiziarie clamorose, che hanno portato alla scarcerazione di pericolosi condannati in primo grado e in appello, ma salvati da un giudice che a 11 mesi dalla pronuncia della sentenza non ha ancora depositato le motivazioni. Si segnalano anche il ritardo di cinque anni con cui ricomincia un altro processo per mafia e l’agonia del processo ai caporali di Rosarno, scaturito sei anni e mezzo fa dalle testimonianze dei migranti e non ancora arrivato nemmeno alla sentenza di primo grado.

La vicenda più grave riguarda il processo «Cosa Mia», nato nel 2010 da un’indagine della procura di Reggio Calabria sulle famiglie della piana di Gioia Tauro, protagoniste di una sanguinosa guerra di mafia negli Anni 80-90, con 52 omicidi e altri 34 tentati. L’inchiesta aveva svelato il controllo delle cosche sui lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, con una tangente del 3% imposta alle imprese sotto la voce «tassa ambientale» o «costo sicurezza».

Nel 2013 la corte d’assise commina 42 condanne per complessivi trecento anni di carcere, con una sentenza monumentale di 3200 pagine. Impianto sostanzialmente confermato nella sentenza d’appello, pronunciata a fine luglio dell’anno scorso. La corte d’appello avrebbe dovuto depositare le motivazioni entro 90 giorni (quindi entro fine ottobre 2015). ma adesso sono scaduti i termini per la carcerazione preventiva degli imputati perché il giudice non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza. Scaduto il primo termine di 90 giorni, aveva chiesto una proroga: altri tre mesi. Spirati invano. Di mesi ne sono trascorsi undici e delle motivazioni non c’è traccia.

E così tre imputati, a dispetto della doppia condanna per associazione mafiosa, nei giorni scorsi sono usciti dal carcere. Altri dieci erano tornati liberi precedentemente, sempre per scadenza dei termini della custodia cautelare. Il danno processuale è enorme, quello sociale maggiore. Il ritorno alla libertà degli ’ndranghetisti ne rafforza il potere e scoraggia chiunque (sia dentro che fuori dal sodalizio criminale) dalla collaborazione con la giustizia.

Dopo le ovvie polemioche suscitate dal caso clamoroso, è intervenuto anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ha reso noto di avere chiesto agli ispettori di via Arenula «di acquisire notizie» . Compito degli ispettori, nel caso la vicenda fosse confermata, è di «assumere le conseguenti iniziative». Il ministro fa capire, in sostanza, che quanto è accaduto non potrà non avere conseguenze per chi se n’è reso responsabile. Si è svegliato anche il Consiglio superiore della magistratura, sempre restio a intervenire nei confronti dei giudici, anche in casi evidenti, e ha chiesto al comitato di presidenza l’apertura di una pratica.

 

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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