La polemica con Massimo D'Alema

Ballottaggi: la guerra romana Pd – Cinquestelle

di Emilia Naldini - - Cronaca, Politica

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Il Campidoglio

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ROMA – La polemica (abbastanza squallida, a dire il vero) che ha coinvolto Massimo D’Alema, il M5s e il rampante storico dell’arte Tomaso Montanari è un esempio clamoroso dell’infimo livello cui è giunta la politica italiana. Riepiloghiamo brevemente i fatti. Trapela la notizia che D’Alema, da sempre ostile al rottamatore Renzi, avrebbe manifestato la propria intenzione di voto per Virginia Raggi, candidata M5s. Dunque, ‘fuoco amico’ contro il candidato PD Giachetti. Imbarazzo, mezze smentite, tentativi di troncare e sopire per rinviare a dopo il voto la resa dei conti.

Ma ecco che salta fuori il prezzemolino Montanari: rilasciando interviste a destra e soprattutto a manca, il giovane critico rivela che D’Alema in persona lo ha chiamato per esortarlo a fare l’assessore alla cultura nella probabile giunta pentastellata. Il legame tra i due? Ma è ovvio, la comune appartenenza alla Normale di Pisa, proclama orgoglioso l’assessore in pectore: che quando D’Alema frequentava i corsi della Normale (peraltro, secondo le sue biografie, senza mai laurearsi in quell’Ateneo) non era ancora nato. Incapace di resistere alle sirene mediatiche, il novello Sgarbi del presenzialismo aggressivo ha così rotto le uova nel paniere sia all’ala antirenziana del PD sia al M5s, svelando non solo le congiure interne e i lunghi coltelli della prima, ma anche imbarazzanti collusioni dei pentastellati duri e puri con vecchi arnesi della politica.

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Emilia Naldini

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