Il presidente emerito Napolitano nega la possibilità

Italexit: anche in Italia si chiede il referendum, ma Re Giorgio dice no. E’ vietato dalla Costituzione

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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ITALEXIT

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Gli euroscettici esultano, considerano quasi una loro vittoria il risultato del referendum che ha sancito l’uscita di Londra dall’Unione europea. Si invocano nuovi referendum per arrivare alla ‘Frexit’ e alla ‘Nexit’, all’uscita dall’Unione di Francia e Olanda.

LEGA – Naturalmente su quest’onda si muovono anche in casa nostra i movimenti euroscettici. Dalla Lega Nord e FdI al Movimento 5 Stelle il fronte anti-Ue chiede una sola cosa: permettere agli italiani di poter svolgere quel referendum, vietato dalla Costituzione (art.75), che potrebbe sancire l’uscita dell’Italia dall’Europa comunitaria. Il Carroccio ha infatti annunciato di voler raccogliere le firme per un referendum per la modifica dell’art.75 dando la possibilità agli italiani di votare ciò che è stato votato ieri in Gran Bretagna. Salvini, auspicando che “l’Italia non sia l’ultima a scendere da questa nave che affonda”, ha annunciato la raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che permetta agli italiani di esprimersi sui trattati europei sul modello del referendum inglese sulla Brexit. “Ho invidia per il fatto che gli inglesi possano votare. Cosa che agli italiani è impedito”.

RE GIORGIO NAPOLITANO – Contro quest’idea si scaglia subito il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che evidentemente non gradisce il ricorso alle consultazioni democratiche, visto che dopo la crisi del 2011 non ha consentito agli italiani di tornare alle urne, ma ha varato per tre volte i Governi del Presidente. Il vecchio Re Giorgio afferma: «Si tratta di pura demagogia», e non esita a definire «aberrante il referendum inglese, istituto che non è previsto dalla nostra costituzione che saggiamente ha escluso consultazioni popolari sui trattati internazionali».

FdI – Anche Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia ha lanciato di fatto una proposta referendaria: «vogliamo che in Europa torni la democrazia, che su questi temi siano sempre i popoli a scegliere e che le istituzioni europee vengano restituite alla gente e tolte dalla proprietà dei comitati d’affari».

M5S – Beppe Grillo, pur senza avanzare richieste esplicite di referendum, ha sottolineato l’importanza di questo strumento di consultazione popolare. Il leader del M5S afferma: «il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea e Cameron si è dimesso. Lo hanno deciso i cittadini britannici con il referendum. E’ – ha sottolineato – la strada più cara al Movimento 5 Stelle, quella di chiedere ai cittadini un parere sugli argomenti decisivi per i popoli. Nessun governo deve aver paura delle espressioni democratiche del proprio popolo, anzi deve considerare il suo volere come il più autorevole dei mandati». Il M5s, ha ricordato Grillo, «ha sempre creduto che a dover decidere sulle questioni decisive debba essere il popolo, infatti abbiamo raccolto le firme per il referendum sull’euro per far decidere gli italiani sulla sovranità monetaria».

COSTITUZIONE – Ma, al di là delle polemiche, vediamo perché il ricorso a un referendum di questo tipo in Italia è virtualmente escluso e reso difficile e lungo dalle procedure previste dalla Nostra Costituzione, tanto magnificata da Napolitano e Benigni. Infatti servirebbe una legge costituzionale, con doppia lettura del Parlamento ed eventuale referendum confermativo, per poter indire un referendum come quello inglese per l”uscita dell’Italia dall”Ue e dall’Euro. Esattamente la procedura seguita nel 1989 quando fu svolto un referendum sulla nascita dell’Unione europea, nel quale il fronte europeista si impose con l’88,03%. La nostra Costituzione prevede, all’articolo 75, che il referendum per l’abrogazione totale o parziale di una legge non può riguardare «le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali».

MODIFICA – Occorrerebbe dunque varare una modifica di quest’articolo ricorrendo all’approvazione di una legge Costituzionale che permettesse l’indizione del referendum, ma per questo tipo di leggi l’articolo 138 della Carta prevede un percorso rafforzato. Tali leggi «sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione». Quello che è avvenuto per la recente riforma Renzi-Boschi, che ha richiesto 6 passaggi complessivi tra Senato e Camera, per due anni e cinque giorni complessivi. Se la legge non è approvata nella deliberazione finale delle due Camere dai due terzi dei voti, essa è sottoposta a referendum confermativo, come avverrà per la riforma Renzi-Boschi a ottobre.

Come si può rilevare si tratta di un procedimento complicato, lungo e difficile che può sicuramente essere seguito, anche se sarà osteggiato da tutte le forze (in primis il Pd e alcuni settori del centrodestra) che vogliono una riorganizzazione completa (o una ristrutturazione, come ha detto Renzi) della “casa europea” e non una sua demolizione. Anche se altre picconate vigorose forse potrebbero accelerare il processo per una reale modifica delle regole e della macchina burocratica comunitaria. Per far questo, oltre ai referendum, occorrerebbe soprattutto la presenza di una classe politica preparata e lungimirante, della quale in Europa e nel mondo si è persa ogni traccia da lungo tempo. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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