Ma i magistrati non pagano per i loro errori

Errori giudiziari: 24.000 persone innocenti finite in carcere, 630 milioni di risarcimenti

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento

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carcere

ROMA – Un docufilm “Non voltarti indietro”, presentato ai festival di Pesaro e di Ischia, narra le storie di 5 vittime di errori giudiziari, scelte fra le centinaia e centinaia di casi che ogni anno si verificano in Italia e pone l’accento su questo grave problema, al quale non si riesce a porre rimedio, visto che raramente i magistrati che sbagliano pagano. Negli ultimi 24 anni oltre 24 mila persone sono finite in carcere da innocenti. Per risarcirle lo Stato ha speso più di 630 milioni di euro. Il docufilm è prodotto dall’associazione Errorigiudiziari.com e il regista è Francesco Del Grosso. Oltre 700 casi emblematici sono inseriti nel sito internet dell’Associazione errorigiudiziari. com

I nomi dei protagonisti e le accuse a loro rivolte, poi sconfessate, compaiono alla fine, prima dei titoli di coda. Sono Fabrizio Bottaro, designer di moda, accusato di rapina, un mese in carcere, 9 ai domiciliari: assolto perché il fatto non sussiste. Daniela Candeloro, commercialista, 4 mesi e mezzo in carcere, 7 e mezzo ai domiciliari per bancarotta fraudolenta: assolta con formula piena dopo un processo di 6 anni. Lucia Fiumberti, dipendente provinciale, arrestata per falso in atto pubblico, 22 giorni di custodia cautelare: assolta per non aver commesso il fatto. Vittorio Raffaele Gallo, dipendente delle Poste, 5 mesi di carcere, 7 ai domiciliari per rapina: assolto per non aver commesso il fatto dopo 13 anni. Antonio Lattanzi, assessore comunale, arrestato per tentata concussione e abuso d”ufficio 4 volte nel giro di due mesi, 83 giorni di carcere: sempre assolto.

Dunque un giudice ha smentito i pm e ha sentenziato che in fondo la sostanza di quelle accuse era falsa, non esisteva. Nel docufilm si dipinge invece, il viaggio materiale, psicologico e umano che una persona che sa di essere innocente compie quando è privata della libertà. I protagonisti raccontano la sensazione di incredulità e paura che hanno accompagnato l’arrivo della polizia giudiziaria, l’arresto, il trasferimento in carcere, dove tutto ciò che prima era scontato viene sospeso.

Cose fino a quel momento “viste solo in tv”: il rilevamento di impronte e foto, la consegna degli effetti personali, le stringhe tolte via dalle scarpe per evitare gesti di autolesionismo, l”ispezione corporale, l”umiliazione di trovarsi nudi nelle docce comuni, sapendo di non poter reagire, trattati inevitabilmente come un delinquente. Fino a che il “blindo”, la porta della cella, si chiude.

Poi arrivano le perquisizioni a sorpresa, con i cani e la cella messa a soqquadro. E il primo colloquio con i familiari, indelebile nella memoria. Ma la capacità di aiutarsi, di intrattenere rapporti umani trova spazio anche dietro le sbarre: alcuni dei protagonisti, come Daniela o Antonio, durante la carcerazione, sono diventati punto di riferimento di altri detenuti per scrivere una richiesta al magistrato di sorveglianza o una lettera ai familiari. In altri casi sono le parole di un agente di polizia penitenziaria capace di andare oltre gli steccati codificati dal carcere a fornire un appiglio.

Alla detenzione si aggiunge poi il processo, che può durare anni. Quando l’errore viene accertato, ormai la vita è cambiata per sempre e non saranno certo i ridotti indennizzi decisi dalla stessa magistratura a risarcire la rovina di un’esistenza. Mentre i responsabili continuano la vita di sempre e magari fanno anche carriera.

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Camillo Cipriani

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