Un stortura che non tiene conto di capacità e impegno

Pubblica amministrazione: i dirigenti devono essere scelti per merito. Non per anzianità (come ora)

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento, Politica

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renzi madia

Uno dei bersagli preferiti del Governo Renzi, e del premier in particolare, perfettamente coadiuvato dalla Ministra Marianna Madia, sono i pubblici dipendenti, in particolare la fascia dirigenziale. Le recenti riforme normative ed economiche sono tutte volte a punire questa particolare categoria di persone, che pare debba scontare crimini secolari, secondo la concezione renziana.

Fra gli aspetti più negativi della vecchia, ma anche della nuova gestione, si annovera l’assoluta mancanza di valutazione della meritocrazia nel processo delle promozioni e dell’assegnazione di particolari prebende. La carriera dei dirigenti, in primis la loro busta paga, è legata essenzialmente all’anzianità di servizio. Non contano, ai fini della retribuzione di risultato, titoli accademici, conoscenza delle lingue straniere, diverse esperienze di lavoro: in una parola il merito. La conferma arriva da uno studio della Banca d’Italia che, dati alla mano, cerca di fare luce su chi guida la Pubblica Amministrazione alla vigilia di una nuova riforma della dirigenza.

La ricerca condotta da due economiste di via Nazionale, Roberta Occhilupo e Lucia Rizzica, parla chiaro: rilevando, sulla base di un’analisi “empirica”, un «sostanziale appiattimento dei premi erogati, il cui ammontare risulta influenzato solamente dall’età e non da altre caratteristiche individuali, quali l’esperienza lavorativa in altri settori o il possesso di specifiche competenze». Il lavoro giunge così a dichiarare l’inefficacia dell’attuale sistema di valutazione, nonostante le riforme degli anni Novanta e la legge Brunetta.

Un insuccesso dovuto a regole rigide e farraginose che si applicano in modo indifferenziato indipendentemente dal tipo di amministrazione, a una carente programmazione degli obiettivi strategici e all’insufficiente autonomia gestionale e organizzativa riconosciuta ai dirigenti. Non solo, il rapporto addita tra le ragioni del flop anche la scarsa adeguatezza e indipendenza dei poteri di intervento degli Oiv, gli organismi indipendenti di valutazione delle performance, a cui mancherebbe la capacità di infliggere sanzioni. Di certo poi, evidenzia lo studio di palazzo Koch, non aiuta la possibilità di revoca anticipata degli incarichi dirigenziali indipendentemente dagli esiti della valutazione, per motivi attinenti alla riorganizzazione interna. Ciò aprirebbe le porte alla discrezionalità, con un elemento valido che può essere messo alla porta nonostante il suo buon lavoro.

L’indagine della Banca d’Italia, intitolata ”Incentivi e valutazione dei dirigenti pubblici in Italia” prende le mosse da dati reali, sulle retribuzioni di risultato relative al 2012. Guardando al campione di oltre 2 mila capi ministeriali emerge come la voce della busta paga legata ai target raggiunti sia solo una piccola fetta del totale (circa il 9% dell”intero stipendio di un dirigente tipo di prima fascia). Il rapporto si sofferma anche sulla dirigenza regionale, scoprendo che gli scatti, gli aumenti della retribuzione di risultato, sono legati solo all’età e ogni anno in più di anzianità vale il 6%.

Il Governo, nell’ambito della riforma della Pubblica amministrazione, potrebbe e dovrebbe intervenire per rimediare a queste storture, assicurando un percorso di carriera più ancorato alla competenza tecnica e al merito piuttosto che all’anzianità di servizio e alla vicinanza ai rappresentanti politici. Ma non sembrano certo queste, al momento attuale,  le priorità dell’esecutivo, teso a pubblicizzare le riforme, ad iniziare la campagna per il si al referendum costituzionale e a progettare una rivisitazione parziale della legge elettorale che consenta all’esecutivo di sopravvivere al possibile risultato negativo della consultazione referendaria.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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