In carica da domani 13 luglio

Gran Bretagna: Theresa May primo ministro, seconda donna dopo Margareth Thatcher

di Paolo Padoin - - Cronaca, Politica

Stampa Stampa

Theresa-May_2508509b

LONDRA – «Faremo della Brexit un successo». Venti giorni fa la Gran Bretagna era un Paese dell”Ue con un primo ministro di nome David Cameron. Da mercoledì a Downing Street ci sarà Theresa May – seconda donna a varcare il portoncino al numero 10 da padrona di casa, dopo Margaret Thatcher – che con questo impegno s’incarica di traghettare il regno, senza ripensamenti, verso il divorzio da Bruxelles. Sono passate tre settimane scarse e sembra una vita. May, alla soglia dei 60 anni, lascia l’Home Office, il ministero dell”Interno, e sale alla guida del Paese in un momento fra i più delicati degli ultimi decenni: l’incarico formale glielo conferirà a Buckingham Palace un’altra donna, la regina Elisabetta, al suo premier numero 13 da Winston Churchill in avanti. Intanto, oggi, è arrivata l”elezione, di fatto per acclamazione, a leader dei Tory, un partito ricompattatosi attorno a lei dopo le divisioni del referendum sulla Brexit del 23 giugno, le dimissioni di Cameron, la scrematura uno ad uno dei vari rivali, infine l”uscita di scena di Andrea Leadsom: l’outsider, ultima aspirante rimasta in corsa, ritiratasi a sorpresa dal ballottaggio sull’onda degli attacchi personali ricevuti dopo le polemiche scatenate da una sua frase sulla maternità interpretata come un colpo basso alla May.

Acqua passata. Leadsom alla fine cede il passo alla contendente più navigata, comunque favorita, e May le rende omaggio per “la grande dignità”. Settimane di scontri feroci e lacerazioni si stemperano in una pace generale all”ombra del potere che contrasta con la faida dell”opposizione laburista. Il difficile tuttavia viene ora. May, tiepida sostenitrice di ”Remain” durante la campagna referendaria, in sostanza adotta buona parte della piattaforma di Leadsom, paladina di ”Leave”. Nel suo primo discorso da capo del partito e primo ministro in pectore, dinanzi a Westminster, non nasconde che il regno dovrà affrontare “tempi incerti” a livello “politico ed economico”, ma – come i brexiters – predica ottimismo. Garantisce una leadership “forte e di esperienza” per “negoziare il miglior accordo possibile per l”uscita dalla Gran Bretagna dall”Ue” e “forgiare il nostro nuovo ruolo nel mondo”. “Brexit significa Brexit e noi ne faremo un successo”, ripete come in un ritornello mentre a Bruxelles il neocommissario europeo in quota britannica, sir Julian King, attende un portafogli purchessia già da separato in casa.

La sua, insiste May, vuole essere “una visione positiva del futuro del Paese”. E gli slogan sono un po” da destra sociale – più vicina ancora una volta a certi accenti dei sostenitori della Brexit che non al liberismo di Cameron e dei cinquantenni del ”Gruppo di Notting Hill” che nell”ultimo decennio hanno dominato la stanza dei bottoni in casa Tory – con la promessa di non guardare solo “a pochi privilegiati”, di cercare una maggiore equità fiscale, di ridurre le disparità di reddito fra i banchieri dorati della City e i comuni mortali, di dare spazio “ai lavoratori nella governance delle aziende”. Obiettivo dichiarato è “costruire una Gran Bretagna migliore”, più giusta: un Paese di cui la figlia del sacerdote anglicano prende le redini dicendosi “onorata”, ma “con umiltà”.

Da mercoledì per lei comincerà la prova del fare: quella che secondo una celebre citazione della lady di ferro di cui in qualche modo Theresa prova a seguire le orme (“se volete che una cosa sia annunciata chiedete a un uomo, se volete che sia fatta chiedete a una donna”). Prima bisognerà attendere il ritorno di Sua Maestà dal Norfolk, premessa del cambio della guardia: Cameron, che oggi ha assicurato alla May il suo “pieno sostegno” per poi allontanarsi canticchiando, quasi spensierato, verso quella residenza che fra due giorni non sarà più sua, chiuderà i suoi sei anni di governo con un ultimo consiglio dei ministri e un question time di commiato ai Comuni. Quindi si dedicherà a qualche proficua consulenza, non si sa se sollevato o rimuginando sulla sconfitta storica di quel referendum da lui stesso voluto.

Mentre May – a cui una petizione sostenuta dal Mirror già chiede un voto politico anticipato, ricordando come a suo tempo lei avesse fatto lo stesso con Gordon Brown quando divenne premier senza passare per le urne – dovrà iniziare ad affrontare le sfida al timone della barca. E farlo in un mare in burrasca.

Tag:,

Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.