Cancellate due certezze del pubblico impiego

Statali, riforma Madia: addio al posto fisso e agli scatti di anzianità. Risultato: più poveri e senza tutele. Per volere di Renzi

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Renzi-Madia

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Il Governo, secondo le istruzioni di Matteo Renzi, osservate a puntino dalla ministra Marianna Madia, fedele esecutrice dei diktat del premier, continua nella sua lotta senza quartiere ai lavoratori pubblici, ai pensionati, al ceto medio. Mentre tutela gli industriali e salva banche e banchieri, soprattutto quelli vicini al suo entourage (Banca Etruria) o alla sua parte politica (Monte dei Paschi). Come dire che gli errori e le ruberie del passato (e del presente) le debbono risanare i cittadini e non la politica e la finanza, vere responsabili del disastro.

Dopo le prime bordate contro dirigenti e impiegati pubblici, ai quali è stato bloccato per oltre sette anni lo stipendio e sono state peggiorate le condizioni contrattuali, adesso la nuova iniziativa della Madia mira a eliminare la certezza del posto fisso e gli scatti per gli statali. La bozza del nuovo testo unico sul pubblico impiego cancella così le due ragioni che finora hanno reso il posto nel pubblico più sicuro di quello nel privato: il posto fisso e l’aumento automatico dello stipendio con gli scatti di anzianità.

La fine del posto fisso. La bozza prevede che ogni anno tutte le amministrazioni devono comunicare al ministero le «eccedenze di personale» rispetto alle «esigenze funzionali o alla situazione finanziaria». Dunque i dipendenti che non servono o che la situazione di bilancio non consente di tenere in carico costituiscono delle «eccedenze», che possono essere subito spostate in un altro ufficio, nel raggio di 50 chilometri da quello di provenienza con la mobilità obbligatoria. Altrimenti vengono messe in «disponibilità»: non lavorano e prendono l’80% dello stipendio con relativi contributi per la pensione.

Se entro due anni non riescono a trovare un altro posto, anche accettando un inquadramento più basso con relativo taglio dello stipendio, il loro «rapporto di lavoro si intende definitivamente risolto». Licenziati. In teoria un meccanismo simile c’è già adesso. Ma agli uffici che non comunicano le eccedenze non succede nulla e infatti tutti si guardano bene dal farlo. Con le nuove regole, invece, ci sarà lo stop alle assunzioni e il procedimento disciplinare per il dirigente.

Scatti di anzianità. Praticamente si sancisce una situazione già esistente di fatto, visto che sono stati congelati a lungo. Il nuovo testo unico li cancella per sempre. Ogni anno tutti dipendenti pubblici saranno valutati dai loro dirigenti per il lavoro fatto. E sulla base di quelle pagelle sarà assegnato un aumento, piccolo o grande a seconda delle risorse disponibili, a non più del 20% dei dipendenti per ogni amministrazione.

Nella bozza ci poi altre novità, meno significative. Quali l’obbligo della conoscenza dell’inglese come requisito per i concorsi pubblici, la visita fiscale automatica per le assenze fatte al venerdì e nei prefestivi, un procedimento disciplinare più veloce, sull’esempio di quello in 30 giorni per gli assenteisti colti in flagrante. E ancora la fine dell’indennità di trasferta e il buono pasto uguale per tutti, sette euro al giorno.

Non si sa quando il testo verrà presentato e approvato. Probabilmente dopo il referendum costituzionale; in quest’occasione voteranno anche 3 milioni di dipendenti pubblici, ai quali queste novità non saranno certo gradite, e 3 milioni di voti possono fare certamente la differenza, facendo pendere la bilancia magari a favore del no. Evento che il rottamatore cerca a tutti i costi di evitare, anche se ha già messo le mani avanti, dicendo che non si tratta di un referendum su di lui, ma sulla costituzione. Quando si tratta di manipolare le dichiarazioni o di tornare indietro su annunci avventati non c’è che dire, nessuno è meglio del premier.

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Camillo Cipriani

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