Un'esistenza condotta all'insegna della segretezza

Rodolfo Siviero, luci ed ombre del «Monument Man» di Firenze

di Roberta Manetti - - Cronaca, Cultura, Lente d'Ingrandimento, Politica

Stampa Stampa
Rodolfo-Siviero

Rodolfo Siviero negli anni Cinquanta con un Pontormo recuperato

FIRENZE – Rodolfo Siviero è stato il più esperto cacciatore di opere d’arte e beni culturali. Un «monument man» italiano abilissimo;  dal primo dopoguerra alla morte, avvenuta a Firenze nel 1983, Siviero ha recuperato centinaia di capolavori trafugati dai nazisti in Italia dal 1938 al 1945 e qui a Firenze la sua ultima casa sul Lungarno Serristori, contenente la sua collezione personale,  è diventata un museo a ingresso libero. Negli ultimi anni alla figura dello 007 dell’arte sono stati dedicati dei libri, come «Rodolfo Siviero. Avventure e recuperi del più grande agente segreto dell’arte» di Francesca Bottari (Castelvecchi editore) e «Siviero contro Hitler. La battaglia dell’arte» di Luca Scarlini (Skira editore).

Tuttavia la sua storia presenta delle zone d’ombra, malgrado sia stato nel Dopoguerra un personaggio di gran rilievo che ha ricoperto la carica di ministro plenipotenziario ed è stato protagonista di rocamboleschi recuperi, puntualmente riportati dalle cronache italiane. La sua figura sembra, infatti, come racconta il sito dell’intelligence italiana (http://www.sicurezzanazionale.gov.it/) aver subito uno strano offuscamento post mortem, anche a causa di un’esistenza condotta all’insegna della segretezza, oltre che di una pervicace ostilità verso ogni appartenenza politica, aspetto che gli ha procurato scarse simpatie trasversali.

D’altronde Siviero, nato a Guardistallo (PI) nel 1911, prima della guerra era una spia. Dal 1937 alla fine del 1938 il giovane toscano, allora intenzionato a fare il giornalista e sostenuto da diverse personalità del regime fascista, fu inviato dal SIM (Servizio Informazioni Militare) in missione segreta in Germania, sotto la copertura di una borsa di studio in Storia dell’arte. A far cosa? Tuttora, rileva Francesca Bottari sul portale dell’Intelligence italiana, appare impossibile ricostruirne con precisione l’incarico; la sua stessa testimonianza, raccolta in alcuni diari e poi tramandata nella scarsa bibliografia, appare vaga e contraddittoria.

Dallo spoglio dei diari si ricostruisce come, dalla metà degli anni Trenta, la sua rete di conoscenze politiche e diplomatiche consentisse al giovane Siviero di proporsi come giornalista all’estero, forse proprio per missioni a scopo propagandistico del regime fascista. Fu Galeazzo Ciano, ministro per la Stampa e la Propaganda, ad appoggiarlo. Non a caso i suoi scritti fanno intravvedere una certa intenzione di controllo sul detto e sul non detto. Potrebbe risalire a questi mesi l’avvicinamento concreto di Siviero all’intelligence militare.

Forse anche in ragione del fatto che, una volta tornato in Italia, la sua adesione giovanile al fascismo si esaurì e passò al fronte opposto (e, conseguentemente, alla storia) con tanta decisione da resistere a due mesi di interrogatori e torture subite nel 1944 dalla famigerata Banda Carità a Villa Triste, in Via Bolognese. Ancora in tempo di guerra, a Firenze, organizzò e diresse un nucleo clandestino che, in collaborazione con gli alleati e i partigiani, svolse una rischiosa attività spionistica, grazie alla quale, subito dopo la liberazione, buona parte del patrimonio esportato ha fatto ritorno in Italia.

Alla metà del ’44 ferve l’attività di ricostruzione dei monumenti e di conteggio dei danni inferti al patrimonio culturale. Danni che vanno assai al di là dell’immaginabile. Dalla Liberazione e per tutto il ’45 l’assetto istituzionale italiano in difesa delle opere d’arte e dei monumenti si profila e si definisce. Un’enorme quantità di opere d’arte e oggetti vari di alto valore storico – oltre che archivi, biblioteche, preziosi documenti – giacevano ancora, dopo la guerra, nei nascondigli o nelle raccolte private del Reich. Per quasi trent’anni il detective, poi divenuto funzionario dello Stato italiano con un incarico speciale, ha perseverato con successo nella sua ricerca.

La storia personale di Siviero, e in particolare la sua documentata attività come informatore degli alleati e capo di un gruppo di partigiani dediti a ostacolare le razzie tedesche, portano a escludere un persistere della sua compromissione col regime fascista. Sappiamo poi che il controspionaggio partigiano controllava con scrupolo i suoi uomini; e dagli archivi della Resistenza l’attività di mediazione e informazione operata da Rodolfo Siviero dal 1943 emerge in diverse circostanze. Dopo l’8 settembre 1943 monitorò il corpo militare nazista «Kunstschutz», istituito col pretesto di proteggere il patrimonio culturale dai danni della guerra, ma che in realtà trafugava quel che riusciva ad aggrinfiare avviandolo verso la Germania; si occupò di scoraggiare il più possibile acquisti illeciti e trafugamenti di opere d’arte in musei, collezioni private e chiese; tenere sotto osservazione, impedire, ritardare o, quanto meno, pedinare i convogli che trasportano verso nord materiale artistico italiano; intercettare e comunicare ogni movimento legato alle suddette operazioni illegali; scongiurare i bombardamenti sui mezzi di trasporto avvisando gli angloamericani del loro prezioso contenuto. E tutto questo mentre la guerra infuriava.

Il risultato del lavoro di Siviero è un dato di fatto. Senza la sua azione investigativa ostinata e spregiudicata oggi l’Italia sarebbe priva di un pezzo rilevante di storia identitaria. Il nostro monument man ha raccontato ciò che pochissimi altri potevano. Di convogli nazisti in partenza per il Nord, zeppi di quadri e statue sottratti ai musei, sorvegliati in segreto dai suoi uomini. Gli alleati e i partigiani erano messi al corrente dagli informatori addestrati da Siviero sulle rotte dei camion, sulle destinazioni dei treni, sui nascondigli dove i tedeschi ammassavano i capolavori italiani. Conoscere le mete di questi trasporti significherà un domani poterli riportare a casa. La documentazione che ha raccolto in quegli anni con metodica perizia, unita a quella raccolta dagli alleati, ha fatto sì che della maggior parte delle opere trafugate non si perdessero le tracce.

Negli anni dell’epurazione, rileva il sito degli 007 italiani, all’ex-spia fascista è progressivamente negato il credito culturale. Quando riporta in Italia il Discobolo rapito da Hitler o la Danae di Tiziano finita in dono a Göring o ritrova l’Efebo di Selinunte rubato dalla mafia, i risultati del suo spettacolare lavoro finiscono per rinvigorire l’immagine dell’uomo ambiguo e sfuggente.

Tag:, ,

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.