il divario con il resto d'Europa è cresciuto

Euro: pochi benefici per l’Italia, ma non è solo colpa di Renzi. Responsabili i governi degli ultimi 20 anni

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan

Una buona parte dei commentatori economici (pochi) non allineati alla politica laudatoria verso il governo, osserva spesso che, da quando è entrata un vigore la nuova moneta (l’Euro), l’Italia non è più riuscita a stare dietro al vento che spirava in Europa. Non è dunque colpa solo di Renzi se ci troviamo in una situazione di crisi ancora non superata, ma le colpe vanno suddivise equamente fra i Governi degli ultimi 20 anni.

Fin dal primo anno dell’Euro l’Italia si è allontanata dalla linea mediana, che negli anni Novanta il nostro Paese superava e non di poco. Se si analizzano con attenzione tutti i fondamentali dell’economia anno dopo anno possiamo dire che sulla maggiore parte delle voci l’ingresso nella moneta unica non ha portato all’economia italiana grandi vantaggi: quando il ciclo economico era positivo, siamo sempre stati sotto la linea mediana, la ripresa in Italia era più debole di quel che avveniva nella media dei paesi dell’area dell’euro. Stessa cosa al contrario: la crisi è stata più forte di quel che è avvenuto nella media sia dell’area dell’euro che dell’intera Europa.

Nei 14 anni ormai dall’ingresso nell’euromoneta si nota che l’Italia per 5 anni si è avvicinata di più rispetto all’anno precedente alla linea mediana, quindi ha fatto meglio della media degli altri paesi, mentre per 9 volte se ne è allontanata.

Ma puntiamo l’attenzione negli anni dal 2011 al 2015, quelli dei Governo voluti dal Presidente Napolitano, con sua autonoma decisione, senza consenso elettorale. In questo periodo la distanza dalla linea mediana è stata sempre più larga; per i fondamentali dell’economia ogni anno è stato peggio dell’altro, e le misure adottate dai vari governi hanno contribuito a peggiorare la situazione, non a migliorarla. In realtà si tratta di un’analisi riferita agli anni completi, per cui comprende il governo di Silvio Berlusconi nella sua parte finale, quello di Mario Monti, quello di Enrico Letta e quello di Renzi. Ognuno di loro si è allontanato un pizzico di più da quella linea mediana rispetto al predecessore.

Nemmeno il jobs act, il vanto di Matteo Renzi, sembra aver sortito reale effetto. Quando Renzi ha preso le redini del governo il tasso di disoccupazione italiano era peggiore della media dell’area dell’euro di 0,7 punti percentuali. Oggi la distanza si è allargata a un punto percentuale, quindi le misure del governo – pur avendo avuto un riflesso positivo sull’occupazione – hanno inciso negativamente per 0,3 punti percentuali rispetto al ciclo economico. La situazione peggiora addirittura se si raffronta il dato con quello dei 28 paesi europei: in questo caso ci si è allontanati dalla media di 0,6 punti percentuali (venti mesi fa avevamo un tasso di disoccupazione di 1,9 punti sopra la media europea, oggi di 2,5 punti sopra). Le distanze sono ancora più marcate per la disoccupazione giovanile: sono aumentate di 0,7 punti percentuali rispetto all’area dell’euro e addirittura di due punti percentuali rispetto all’intera Europa.

In ventiquattro mesi si è allargato il divario Italia- area dell’Euro anche per la produzione industriale di 0,7 punti (0,6 punti di peggioramento rispetto alla media dell’Europa a 28). Il rapporto fra debito pubblico e Pil è peggiorato di 3,5 punti rispetto alla media dell’area dell’euro e di 2,1 punti rispetto all’Europa intera. Quello fra deficit e Pil è peggiorato fra fine 2013 e il quarto trimestre 2015 di 0,1 punti rispetto all’area dell’euro e di 0,9 punti percentuali rispetto all’Europa a 28. I primi dati 2016 indicano una situazione immutata: la distanza da quella linea mediana non si è allargata, ma è restata la stessa che si registrava a fine 2015. In sé non è una cattiva notizia: almeno in questi primi mesi l’Italia è allineata al ciclo economico generale.

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Camillo Cipriani

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