Accolta l'interpretazione dell'avvocato Rossi Tortarolo

Pensioni, perequazione e contributi di solidarietà: ordinanza del giudice del lavoro di Genova chiama di nuovo in causa la Consulta

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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GENOVA – I pensionati non demordono neppure di fronte alla scandalosa sentenza della Corte Costituzionale, nella sua nuova composizione, che ha sancito la legittimità dell’imposizione, ma solo una tantum, dei contributi di solidarietà. E continuano fiduciosi a presentare istanze alla giustizia ordinaria, sperando, finora con successo, che i magistrati rimettano le cose a posto censurando l’operato del Governo.

Una recente ordinanza del giudice della sezione Lavoro del Tribunale, Marcello Basilico, ha infatti rinviato alla Corte costituzionale, – accogliendo l’interpretazione dell’avvocato Andrea Rossi Tortarolo -, le leggi Letta, Monti/Fornero e Renzi/Poletti “perché realizzano un sistema di blocco permanente della perequazione degli assegni sopra tre volte il minimo”. L’ordinanza è molto importante perché è successiva alla sentenza 173/2016 della Consulta (depositata il 13 luglio scorso) che aveva dichiarato la legittimità del contributo di solidarietà e anche della norma sulla rivalutazione decrescente degli assegni.

L’ordinanza solleva oggi una nuova questione di costituzionalità. Recependo l’interpretazione e la ricostruzione dell’avvocato Andrea Rossi Tortarolo (difensore di tre pensionati dell’azienda trasporti locali), considera anche le norme “Letta” (tra le altre oggetto del suo esame) affette da incostituzionalità perché realizzano in concreto, in collegamento con l’intervento Monti/Fornero (Art. 24, c. 25°, del dl n. 201/2011, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, c. 1°, della legge n. 214/2011) e con l’intervento Renzi/Poletti (dl 65/2015 convertito in legge 109/2015), un sistema di blocco permanente della perequazione delle pensioni sopra tre volte il minimo.

Così com’è stato ribadito dalla sentenza 70/2015 della Consulta, la perequazione automatica dei trattamenti di pensione – si legge nell’ordinanza – è uno strumento tecnico diretto a garantire nel tempo il rispetto del criterio di adeguatezza di cui all’art. 38, secondo comma, Cost., connesso al principio di sufficienza della retribuzione, di cui all’art. 36, primo comma, Cost., dovendosi intendere il trattamento di quiescenza come una retribuzione differita (su cui già Corte cost., 208/2014, 116/2013 nonché, con specifico riferimento alla dinamica retribuzione-pensione, 226/1993).

Perciò “la tecnica della perequazione si impone, senza predefinirne le modalità, sulle scelte discrezionali del legislatore, cui spetta intervenire per determinare in concreto il quantum di tutela di volta in volta necessario”. Su tale premessa le scelte legislative devono muoversi secondo finalità ragionevoli, per perseguire un progetto di eguaglianza sostanziale (ex art. 3, secondo comma, Cost.) onde evitare che esse si risolvano in una disparità di trattamento per alcune categorie di pensionati.

E’ inevitabile osservare – si legge nell’ordinanza – come anche nel nuovo testo dell’art. 24 d.l. 201/2011, così come sostituito col d.l. 65/2015, l’intervento sulla rivalutazione sia motivato dal “rispetto del principio dell’equilibrio di bilancio e degli obiettivi di finanza pubblica” e dalla “salvaguardia della solidarietà intergenerazionale”, cioè da enunciazioni generiche e relative a finalità già insite di per sé (ex artt. 81 e 38 Cost., rispettivamente) in ogni iniziativa legislativa adottata nella materia pensionistica. Tanto meno esso viene giustificato nella legge 109/2015 di conversione. Oltre a difettare delle precise ragioni solidaristiche e, più in generale, di ragioni tecniche puntuali che la giustifichino, il nuovo disposto dell’art. 24, comma 25, ha – si legge nell’ordinanza – effetti distribuiti su più anni e destinati a divenire permanenti, poiché non v’é previsione di recupero futuro del mancato incremento rivalutativo della base di calcolo dei trattamenti pensionistici. Con un’unica disposizione si è dunque realizzata di fatto una reiterazione annuale della paralisi del meccanismo perequativo, in contrasto col monito più volte ripetuto dalla Corte costituzionale.

Nel caso in esame – scrive il giudice Basilico – il legislatore del 2015 è intervenuto disponendo anche per il passato e neutralizzando gli effetti della sentenza 70/2015 con una tecnica in parte già censurata dalla stessa decisione. Si è così impedito che la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 24, co. 25, d.l. 201/211 producesse le conseguenze previste dall’art. 136 Cost., cioè la cessazione di efficacia della norma dal giorno successivo alla pubblicazione della pronuncia. Il risultato elusivo della sentenza 70/2015 è massimamente evidente per le pensioni di valore complessivo superiore a sei volte il trattamento minimo. Si pone di conseguenza, come non manifestamente infondata, la questione di legittimità della disciplina esaminata anche alla stregua dell’art. 136 della Costituzione. E degli articoli 3, 36 e 38 della Carta fondamentale della Repubblica.

Dunque la questione è destinata ad essere nuovamente esaminata dalla Corte costituzionale, questa volta con argomenti probanti molto pesanti, che i giudici costituzionali dovranno esaminare senza prestare attenzione a ulteriori influenze politiche o governative, visto che la giustizia ordinaria ha praticamente sconfessato la sua recente pronuncia.

 

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Camillo Cipriani

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