La casta resta ancorata alle poltrone

Riforme: l’abolizione delle province è stata un bluff, ma ora occorre ridurre poteri e numero di regioni e di comuni

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Palazzo Chigi, sede del Governo italiano

Palazzo Chigi, sede del Governo italiano

ROMA – Si riducono le Camere di commercio, ma le province restano e le regioni prosperano, anzi spendono sempre di più, mentre i comuni-polvere non si aggregano. Questo il punto delle grandi riforme renziane che avrebbero dovuto cambiare il volto all’Italia, e invece lo hanno peggiorato, aumentando la spesa pubblica.

Entro 180 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento – recita il decreto approvato in Consiglio dei ministri -“il numero complessivo delle Camere si ridurrà dalle attuali 105 a non più di 60 nel rispetto del seguenti vincoli direttivi: almeno una Camera di commercio per Regione; accorpamento delle Camere di commercio con meno di 75mila imprese iscritte”. Benissimo, si tratta di criteri oggettivi e condivisibili, ma perché non applicare gli stessi parametri, adeguati alla natura, alle competenze e all’estensione territoriale degli enti, agli altri uffici dello Stato, alle regioni, ai comuni?

Il governo Monti tentò di potare le province: di quell’operazione rimane soltanto la soppressione del voto popolare, mentre è in atto la creazione di enti di area vasta, con denominazioni diverse secondo le regioni.  Nessuno osa, invece, affrontare una questione ben più rilevante: la fusione di comuni e la riduzione, almeno alla metà, delle regioni.

Fra poco le nuove province (alias enti di area vasta) saranno impegnate a eleggere i propri rappresentanti di organi di secondo livello, senza che sia prevista alcuna partecipazione dei cittadini elettori: tutto si svolge all’interno della casta secondo le direttive renziane. Le elezioni interesseranno soprattutto sindaci e consigli comunali. Domani 28 agosto, ad esempio, verrà eletto il primo presidente dell’Area vasta di Pavia, l’ente chiamato a prendere il posto (e anche a svolgere diverse funzioni) della provincia che nelle scorse settimane ha esaurito il suo ciclo. Si tratta di elezioni di secondo livello: ad essere chiamati al voto, infatti, non sono i cittadini, ma 2.030 tra sindaci e consiglieri comunali dei 188 Comuni della provincia di Pavia.

Non si interviene ancora invece sul fenomeno più preoccupante dal punto di vista politico, economico e istituzionale. Attraverso le partecipazioni societarie comunali e provinciali si è insediata una pletora di personaggi capaci di percorrere a grandi balzi i gradini del potere in porti, aeroporti, banche, società di ogni tipo; su su fino a raggiungere in alcuni casi i massimi vertici. Ormai sganciati da qualsiasi logica di mediazione partitica, valsa per decenni anche come controllo, e forti soltanto di appoggi politici e conoscenze negli ambienti che contano. Per non parlare poi di tutte le società ed enti che sono collegate ai comuni e alle regioni e prosperano per la sola ragione di mantenere poltrone utili a collocare gli amici degli amici.

Ma su queste situazioni, anche se recentemente è stato approvato un decreto che dovrebbe tagliare proprio le partecipate, il governo non sembra intenzionato ad andare fino in fondo, preferendo continuare la politica di occupazione dei posti più appetibili, come ad esempio le società aeroportuali (anche quella fiorentina), le società portuali e tutta una miriade di aziende che operano nei vari settori, economici, finanziari, dell’agricoltura, del commercio, dell’ecologia. L’economia stenta a riprendersi, la spesa pubblica aumenta sempre più, i politici non cedono i loro privilegi, questo è finora il risultato di oltre due anni di governo renziano.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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