La scure del governo sulle società pubbliche

Società partecipate: limite di 240.000 euro ai compensi dei manager. Ma saranno ridotte anche le altre retribuzioni

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Politica

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partecipateROMA – Nella frenesia di tagliare la spesa pubblica, giunta a livelli record, il governo non sa più a che santo votarsi. Dopo aver spolpato fino all’osso gli statali, l’attenzione di Madia e Padoan si rivolge verso i lauti compensi che spesso sono stati erogati nelle società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato e dagli enti locali, che hanno sempre seguito logiche più clientelari e di legame con la politica che risultati e produttività. In assenza di controlli stringenti le dinamiche retributive hanno seguito un’ascesa che ha tirato verso l’alto tutte le retribuzioni, non solo quelle dei vertici.

Ora il tetto massimo, ma solo per le più grosse, sarà riportato a 240 mila euro. Un nuovo punto di riferimento che comprimerà verso il basso tutta la scala degli stipendi, andando a colpire anche i salari dei ruoli intermedi e di quelli bassi. Operando prevalentemente sulle indennità accessorie che spesso portano ristoro e peso anche alle buste paga più basse.

Secondo la ratio del decreto a pagare pegno saranno dunque non solo le strutture di vertice e i dirigenti ma l’intera pianta organica. Il tema degli stipendi degli impiegati delle società a controllo pubblico non è di facile soluzione. Il decreto che riordina gli stipendi ispirato alla logica del taglio lineare non tiene conto delle specificità di ogni posizione, per cui le poche società virtuose saranno trattate nei compensi ai manager e dipendenti come quelle che hanno gestito male i soldi dei contribuenti. Un minore stipendio, anche quando i risultati ottenuti sono buoni e creano valore a favore della collettività, affievolisce nei manager e nei dirigenti la propensione a decidere. Non premiare chi lavora, tagliando i compensi senza fare distinzioni, rischia di ingessare ancora di più il Paese e di colpire non solo le società che debbono essere riorganizzate ma anche quelle virtuose che con la politica dei tagli indiscriminati rischiano di perdere efficienza. Dovrà quindi essere studiato un sistema che possa parametrare le retribuzioni ai risultati ottenuti, eliminando l’egualitarismo ottuso che è sempre stata la pecca e la palla al piede dell’impiego pubblico.

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Camillo Cipriani

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