Si procede a fatica verso la conclusione dell'accordo

Statali: il governo pensa a un contratto-ponte. Perplessi i sindacati

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Sono sostanzialmente terminate le consultazioni tra i sindacati e l’Aran, l’agenzia governativa che si occupa della contrattazione pubblica; il termine fissato dal governo sarebbe scaduto ieri, ma non è escluso che ci sia una coda. O più probabile che si affrontino alcuni temi irrisolti nei colloqui diretti governo-sindacati.

Le varie sigle che rappresentano i lavoratori del pubblico impiego sono state ascoltate singolarmente dal presidente Sergio Gasparrini, che nei prossimi giorni dovrà fare il punto delle proposte raccolte con il ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia. Poi toccherà a quest’ultima convocare i sindacati, probabilmente entro la fine del mese, per un vertice «politico» che porti ad un accordo in vista della legge di Stabilità nella quale dovranno essere definitivamente indicate le risorse per il rinnovo del contratto del pubblico impiego congelato ormai da sette anni.

LAVORO PUBBLICO – Resterebbe, fra l’altro, da sciogliere un nodo molto delicato: la riforma delle regole del lavoro pubblico e soprattutto l’attuazione del nuovo sistema di erogazione della parte variabile della retribuzione introdotta dalla legge Brunetta. Si tratta di norme particolarmente stringenti, che prevedono che il 50% dei premi sia diviso tra il 25% dei più meritevoli, mentre l’ultimo 25% degli statali non otterrebbe nessuna retribuzione accessorie (il restante 50% si dividerebbe l’altro 50% della torta). Questo meccanismo scatterebbe al primo rinnovo di contratto. Nessun sindacato si sarebbe detto disposto a mettere la firma in calce all’accordo se questo sistema non viene superato. In realtà il governo ha in preparazione una riforma complessiva del lavoro statale, che arriverà a febbraio con il nuovo Testo unico sul pubblico impiego,  nel quale saranno riscritte tutte le regole. Difficile dunque, fare una contrattazione senza avere prima ben presente il nuovo quadro. Per questo l’ipotesi che starebbe emergendo, sarebbe quella di una sorta di «contratto ponte», ossia l’erogazione per un anno si una sorta di indennità agli statali in modo da avere più tempo davanti per discutere il nuovo contratto. Una strada che la Cisl ritiene, per esempio, pragmatica, per evitare un rischio di rottura ad un tavolo sul quale le questioni sono molte e complesse.

VIA D’USCITA – Anche per il governo potrebbe essere una via d’uscita, evitando che la trattativa sugli statali possa interrompersi bruscamente alla vigilia del referendum sulle riforme costituzionali. Ma ci sono comunque dei passaggi delicati da affrontare. Innanzitutto nella manovra andrebbe inserita una misura che congeli la legge Brunetta. Il governo sarebbe disponibile, ma solo avendo già un accordo con i sindacati che stabilisca un nuovo sistema di valutazione che abbia dei meccanismi vincolanti da introdurre nel nuovo “Testo unico sul pubblico impiego. Il secondo punto riguarda la platea di chi dovrebbe ricevere questo aumento «ponte». Il ministro Madia ha sempre detto che gli aumenti non potranno essere a pioggia, e quindi andrebbero stabilite delle soglie di reddito (i dirigenti, per esempio, potrebbero essere esclusi). Ma il nodo principale è quello dell’entità dell’aumento che è inevitabilmente legato alle risorse che il governo sarà in grado di stanziare. Una cifra che gira tra gli addetti ai lavori sarebbe quella di 50 euro al mese in media per uno stanziamento di 1,2 miliardi, ma i sindacati in nessun caso sarebbero disposti a scendere sotto gli 80 euro, la stessa cifra del bonus Renzi. Anche perché il 50% degli statali è compreso entro i 26 mila euro di reddito. E questo potrebbe essere un problema, rischierebbero di incassare l’aumento contrattuale ma perdere il bonus.

DIRIGENTI – Ma si delinea anche un’altra grana per il governo. I più alti dirigenti dell’Amministrazione pubblica, preoccupati dagli obiettivi nascosti della riforma Madia, hanno cominciato a riunirsi, prima alla chetichella poi facendosi sempre più notare, fino a costituire un Comitato a cui aderiscono nomi importanti (segretari generali, capi dipartimento, capi di gabinetto) per denunciare con forza e in tutte le sedi, dalla Presidenza della Repubblica alla Corte Costituzionale, a quella di Giustizia europea, le incongruenze di un provvedimento che sottomette la dirigenza oggi a Renzi e domani, chissà, forse a Grillo. Perfino una personalità senza macchie come il Presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha ascoltato interdetto le ragioni del Comitato. La riforma scardina i principi fondamentali del lavoro pubblico, rendendolo di fatto precario, svuotando di significato il concorso che vi dà accesso. Le valutazioni per cui i dirigenti progrediscono o vengono «retrocessi» non devono essere neanche argomentate. Tutto finisce in balia di simpatie e antipatie politiche o personali. Nessun tentativo, neanche accennato, di seguire l’esempio francese dove l’Ena, la Scuola nazionale dell’Amministrazione, protegge il giusto bilanciamento tra i poteri e forma funzionari e dirigenti invidiati, per le loro competenze, in tutto il mondo.

Non è un certo un buon quadro in prospettiva per la soluzione dei problemi del pubblico impiego che il governo cerca di affrontare, senza particolare successo, ma procedendo senza indugi sulla strada indicata dal presidente del consiglio e dai suoi esperti. Vedremo a breve e a lungo termine i risultati di questa politica.

 

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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