Sempre in vantaggio il No, ma Renzi non demorde

Referendum: ancora il No in vantaggio. Pregi e difetti della riforma costituzionale

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento, Politica

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REFERENDUM: BOSCHI, SE VINCE IL NO LASCIO ANCH'IO CON RENZI

Continuano, implacabili, i risultati dei sondaggi che, nonostante il frenetico attivismo di Renzi e della fedele ministra Boschi, contestata anche a Bologna, indicano sempre un buon margine di vantaggio del no al referendum istituzionale in programma il 4 dicembre.  L’ultimo, quello di Index mostra una situazione del Si in calo, mentre il No è ancora in crescita. Dati molto indicativi: a aprile il  Si era al 61,6%, il No al 38,4%, mentre a settembre la situazione si è capovolta: Si 49%, No 51%. I No sono oggi maggioranza. Il distacco è stimato, a seconda degli istituti, fra uno e tre punti in più a favore degli oppositori della riforma.

Ciò che attutisce – solo in parte – la posizione di svantaggio del premier e attenua il gap, per il quale si prevede, alla fine, addirittura una forbice di 10 punti (45%-55%), è solo un meccanismo di correzione che per prudenza, viene applicato in queste ore dalla maggioranza degli istituti.

Nella speranza di una risalita, Renzi ha fatto di tutto per far slittare la data del voto, posticipandola a dicembre, e ha accettato di fare marcia indietro sulla modifica dell’Italicum. Ma intanto molti leader politici di prima fila, in particolare Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema hanno preso atto (la vecchia scuola dei numeri) che alle elezioni amministrative nei Comuni – malgrado l’assenza di un leader e di una coalizione – la prima forza del paese è rappresentata dalla somma dei partiti di centrodestra, con l’aggiunta possibile, ai ballottaggi, dei grillini.

Quanto alle questioni reali che saranno soggette al vaglio degli elettori, dai vari dibattiti televisivi emerge chiaramente (anche se Renzi nega) che nel nuovo senato i senatori non sono eletti direttamente dagli elettori, visto che nella nuova Costituzione è prevista l’«elettività di secondo grado» (tema di scontro duro con la sinistra interna). Mentre il risultato complessivo di tutta la serie di riforme, compreso l’Italicum, potrebbe essere quello di potenziare la supremazia del premier, attraverso la sostanziale sterilizzazione del Parlamento e del Presidente della repubblica.

Berlusconi ci aveva già provato, ma lo ha bloccato il referendum costituzionale, svolto il 25 e 26 giugno 2006, voluto fermamente dalla sinistra e dall’ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che ha bocciato la riforma della destra, in molti punti simile a quella attuale. Renzi ci riprova e tenta di riuscirci con ogni mezzo.

Abbiamo fatto cenno poc’anzi agli aspetti problematici di una riforma che, per il resto, può essere considerata positiva, tranne che per la complicazione che comporta nei procedimenti di formazione delle leggi.  Sono indubbiamente fattori positivi la riduzione dei poteri delle dispendiose regioni, il riportare nelle competenze dello Stato molte materie fondamentali, l’abolizione di alcuni enti pubblici (il CNEL  e le province, anche se quest’ultima è per finta, visto che queste diventano aggregazione di enti territoriali o città metropolitane).

Ma purtroppo il quesito, contestato dalle opposizioni anche nella sua formulazione, non ammette scelte parziali: o si approva tutto o niente. In questi mesi sarà necessario che gli elettori comprendano veramente la posta in gioco del referendum.  Non è in questione la permanenza del governo, visto che Renzi ha già detto che comunque non lascerà, ma la conservazione di fondamentali equilibri di potere fra istituzioni, il cui mutamento potrebbe comportare rischi per la democrazia.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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