Le tante uscite stravaganti di questi tempi

Referendum: bufale e polemiche nella campagna di politici e di vip

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Se da un lato Renzi invita ad abbassare i toni e tranquillizzare la gente spiegando i contenuti della riforma, dall’altro è stato lui il primo, almeno inizialmente, a dar fuoco alle polveri e a drammatizzare la contesa referendaria: se vince il no esco dalla politica. Salvo poi fare marcia indietro e correggere l’errore, convinto da quel vecchio marpione di Napolitano, apertamente schierato adesso per il Si, dopo aver difeso per quasi un secolo la costituzione più bella del mondo. Effetti dell’opportunismo politico.

Ovviamente gli assertori delle contrapposte posizioni non hanno seguito l’invito del premier e si sono scatenati nelle considerazioni e nelle previsioni più apocalittiche e perciò più sballate, collezionando gaffes a ripetizione o scendendo talvolta sul piano dell’offesa personale all’avversario, anzi al nemico, visto il clima di battaglia creato da governo e opposizioni.

Se vince il si arriva la dittatura, la fine delle libertà e della democrazia. Si ribatte: se vince il no si apre la strada al caos, scappano gli investitori stranieri, l’Italia sprofonda nella crisi più nera. Gli stessi ragionamenti che furono fatti da Napolitano e c. nel 2011 per cacciare Berlusconi. Dittatori, partigiani veri e no, «poltroncine» di consolazione. Toni apocalittici, solo un poco smorzati nelle ultime settimane, e accuse sanguinose, tanto che è uscito dal silenzio perfino l’ex presidente della Camera Luciano Violante, che ha chiesto una pausa di riflessione al suo partito, spaccato in due: da una parte Renzi, dall’altra D’Alema, Bersani, Cuperlo, Speranza e C. Contrapposizioni non sanate, anzi aggravate nel corso dell’ultima Direzione del partito. E dire che l’ex magistrato aveva rivolto l’invito a smetterla con «l’insulto e il dileggio» – prima di tutto da parte di chi ha ruoli di governo e di maggioranza – si faccia del dibattito referendario «una grande occasione di civilizzazione del dibattito pubblico». Violante si riferiva evidentemente al caso D’Alema-Lotti. L’ex premier aveva invitato il suo successore a Palazzo Chigi a governare «invece di andare in giro a fare comizi» (e d’altra parte, solo una decina di giorni fa, si era rivolto con un sorriso sarcastico a Giovanni Floris: «Lei fa parte di quel 2-3 per cento che ancora prende sul serio le cose che dice il presidente del Consiglio», che poi sarebbe anche il segretario del Pd, cioè il suo segretario) e il sottosegretario Luca Lotti, fedelissimo di Renzi, gli ha seccamente replicato definendolo «accecato dalla rabbia e dall’odio personale per non aver ottenuto la sua poltroncina di consolazione» (ossia il posto da Alto rappresentante della politica europea che Renzi ha destinato alla Mogherini). ma la contesa continua, anzi è destinata ad accentuarsi nel prossimo futuro.

Si prefigurano scenari apocalittici dopo il 5 dicembre: da un lato «se vince il sì è in pericolo la nostra democrazia»  (Brunetta), ma se vince il no «torniamo indietro di trent’anni» (Mario Segni). Se vince il sì, argomentava la signorina Boschi (definizione di Salvini in un acceso dibattito in Tv) a tre giorni dalla strage di Nizza del 14 luglio, il Paese può essere «più forte», così da rispondere con l’Europa nientemeno che «al terrorismo internazionale», salvo aggiungere proprio di recente che la vittoria del Si porterà addirittura l’aumento di tre punti di Pil (manco fosse la Fiat che triplica il fatturato). Se vince il sì, avvisa dall’altra parte il fondatore della Lega Umberto Bossi, «Renzi rischia di diventare il dittatore d’Italia», anzi è già sulla buona strada, afferma Luigi Di Maio (M5s), visto che ha «occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», correggendosi poi, dopo le risate generali, per inquadrare Augusto Pinochet, colpo di Stato del ‘73 e morte di Allende più correttamente in Cile.

Altra gaffe infelice quella sempre della Boschi con i partigiani, che ha provocato una polemica furibonda, quando se n’è uscita a sottolineare che molti partigiani, «quelli veri», voteranno sì alla riforma. Tanto che la ministra preferita di Renzi è stata spedita per un bel po’ ad ammaestrare gli italiani del Sud America, che pure votano, sui mirabolanti effetti della riforma referendaria e convincerli a votare Si. Infine frecciate velenose sono state giustamente riservate al premio Oscar Roberto Benigni, che, dopo aver costruito le sue recenti fortune sulla difesa a oltranza della Costituzione più bella del mondo e su Dante, dopo essersi detto «orientato al no» qualche mese fa, ha decisamente voltato gabbana e difende il Sì a spada tratta: «Se vince il no sarà peggio della Brexit». Ed è stato sommerso da una gragnuola di attacchi, da «anche Benigni tiene famiglia…» di Brunetta a «facci vedere il tuo ministero» di Fitto.

Nella campagna elettorale i politici fanno i comici e i comici fanno i politici, con il risultato che tutti constatiamo. Purtroppo ne avremo ancora per quasi tre mesi. E intanto l’economia e i conti pubblici vanno a rotoli.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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