Resta ferma la scelta del governo per i massimi vertici

Dirigenza pubblica: la Madia riceve una delegazione e apre a piccole modifiche della riforma

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Dopo le minacce di sciopero e le proteste dei dirigenti pubblici, che sono stati ricevuti e ascoltati in parlamento, anche la ministra Marianna Madia sembra convinta ad ascoltare le ragioni dei funzionari interessati e apre alle modifiche del testo della riforma contestato dai mandarini di Stato. Una delegazione del Comitato per la difesa degli articoli 97 e 98, nato per protestare contro un provvedimento che, a loro avviso, lede il diritto soggettivo all’incarico vinto attraverso un concorso pubblico, è stata ricevuta a Palazzo Vidoni, dalla Madia e dal suo staff composto dal capo di gabinetto, dal capo della segreteria e da quello dell’ufficio legislativo. Il colloquio, che è servito ai dirigenti per esporre le loro motivazioni, si è concluso con un’apertura da parte della ministra. Che ha promesso di prendere in considerazione la modifica di alcune parti del decreto che attualmente è all’esame delle commissioni parlamentari per gli affari costituzionali.

La ministra si è impegnata a far valutare dal suo staff le correzioni che il comitato dovrà proporre entro la fine di ottobre. Tra i punti che potrebbero subire una riscrittura la responsabile del dicastero di Corso Vittorio ha dato il suo via libera all’introduzione di una disciplina transitoria per i dirigenti con maggiore anzianità in un incarico. Sarebbe prevista per loro una tutela del posto fino all’esaurimento. Insomma niente perdita improvvisa della poltrona per i più anziani che rimarrebbero nella stessa posizione fino all’uscita per il pensionamento.

Inoltre la rappresentanza ricevuta al ministero ha ottenuto che nelle norme sia reso più stretto il legame di appartenenza tra un dirigente e l’amministrazione presso la quale è in organico. Oggi, se passasse la riforma così come strutturata, dopo i 4 anni canonici la persona uscirebbe dai ruoli di un ente senza nessuna legittima aspettativa a riottenere lo stesso incarico. Con la modifica, invece, chi esce avrebbe comunque una sorta di corsia preferenziale per riottenere l’incarico scaduto.

Insieme a questo verrebbe applicata una maggiore gradualità nell’avvio della nuova disciplina.  I dirigenti hanno ricevuto anche la promessa di una forma di riconoscimento del diritto all’incarico attraverso la creazione di un meccanismo per programmare e gestire le scadenze degli stessi e che, secondo le nuove regole, durerebbero al massimo quattro anni. Sarebbe prevista una tutela per far sì che, alla fine del mandato, gli interessati non restino in un limbo normativo e contrattuale in attesa del nuovo incarico.

Un diniego da parte della Madia sarebbe stato espresso invece sul punto del riconoscimento di una separazione tra i ruoli dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Il timore, a mio avviso pienamente giustificato, dei dirigenti è quello che il ruolo unico consenta a un funzionario di un piccolo comune d’Italia, con minori competenze ed esperienze, possa con il nuovo sistema entrare in un ufficio più complesso a livello centrale senza nessun filtro. Oppure che un funzionario, magari assunto con criteri più politici che tecnici, assurga ai vertici dell’amministrazione statale senza alcuna idonea valutazione.

Ma la Madia su questo punto non ha fatto alcuna concessione: evidentemente è questo lo scopo fondamentale dell’esecutivo nell’approvazione della nuova disciplina: mettere ai posti di comando chi meglio aggrada ai responsabili del Governo, anche se, bontà sua,  la ministra ha riconosciuto l’esigenza di procedure che tengano conto della provenienze e della formazione dei candidati che ambiscono a un determinato incarico. Ma questo non è grosso ostacolo, tale da frenare i propositi d’invadenza dell’amministrazione, perpetrati da Renzi e soci.

 

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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