Pesanti censure, demolito il testo governativo

Dirigenti pubblici: il Consiglio di Stato boccia la riforma Madia, i mandarini avevano ragione di protestare

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

Stampa Stampa
PalazzoSpada

Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato

ROMA – Dopo aver a lungo discusso il Consiglio di Stato ha emesso il suo parere, fortemente negativo, sul regime della nuova dirigenza,  uno dei cardini della riforma Madia della Pubblica amministrazione. La commissione speciale nominata da Palazzo Spada e chiamata a valutare le norme inserite nel decreto legislativo attualmente in discussione in Parlamento, ha praticamente demolito l’articolato, indicando al governo una serie di paletti da rispettare per evitare di incorrere in rischi di costituzionalità delle norme scritte nel provvedimento.

PARERE – «Servono», hanno scritto i giudici, «modifiche rilevanti». Nel parere sono state indicate quattro condizioni «indispensabili», affinché possa essere rispettato il dettato costituzionale. La prima è che non è possibile che un decreto di questa portata non comporti nessuna spesa. Un dubbio che, del resto, aveva sollevato anche il servizio bilancio del Senato, quando aveva fatto notare che alzando fino al 50% la parte variabile dello stipendio e lasciando invariata quella fissa, sarebbe risultato impossibile per le casse dello Stato non tirar fuori nemmeno un euro.

SCELTA – Ma l’annotazione più importante riguarda la procedura di scelta dei nuovi dirigenti, che a giudizio del supremo organo amministrativo non sono oggettive, trasparenti, in grado di valorizzare le specifiche professionalità. La preoccupazione è che la politica intervenga pesantemente nella scelta dei dirigenti. Che poi è il fine ultimo neppure tanto nascosto della riforma Renzi-Madia. Per questo i giudici amministrativi puntano l’indice soprattutto verso la Commissione per la dirigenza, un organismo con un ruolo centrale e poteri enormi: dalla scelta dei dirigenti apicali all’interno di rose di nomi, alla valutazione delle performance, fino alla convalida dei licenziamenti. Ebbene, secondo il Consiglio di Stato, in questa Commissione ci sono soggetti come il segretario generale della Farnesina, il Capo dipartimento di un ministero, che oltre a provenire da carriere interne, «si trovano in una posizione di non piena indipendenza dall’organo politico».

DURATA E LICENZIAMENTO – Inoltre, secondo il parere depositato ieri, ai dirigenti andrebbe garantita una ragionevole durata dell’incarico (fissata dalla legge in quattro anni rinnovabili una sola volta per altri due anni). Più importanti ancora, sono le norme sul licenziamento. Il testo del governo prevede che dopo una valutazione negativa, il dirigente ha un anno di tempo per trovare una nuova collocazione, poi è licenziato in automatico. Le modalità di cessazione degli incarichi, secondo il Consiglio di Stato, dovrebbero avvenire solo con il «rigoroso accertamento della responsabilità dirigenziale».

RESPONSABILITÀ-  Tradotto, nessuno può essere messo alla porta senza un procedimento per responsabilità con tutte le tutele del caso. Di licenziamenti automatici non se ne parla. Un altro punto centrale nel parere dei magistrati amministrativi, è la censura per la mancanza all’interno della stessa legge delega di nuovi sistemi di valutazione della dirigenza, «la cui mancanza», scrivono, «rischia di compromettere la funzionalità dell’intero impianto». Il suggerimento è di rimandare l’entrata in vigore delle nuove norme al prossimo anno, quando sarà varato il Testo unico del pubblico impiego che affronterà in modo sistematico il tema della valutazione.

RUOLO UNICO – Così come anche per il ruolo unico, il parere chiede un periodo transitorio, una fase temporanea prima che entri definitivamente in vigore. I sindacati, che hanno proclamato uno sciopero generale per il 24 ottobre, plaudono. «Madia, noi lo avevamo detto, ora ci ascolti?», ha detto Barbara Casagrande di Unadis. «Insistiamo col dire», ha aggiunto, «che il testo è inemendabile e viziato nell’impianto complessivo, quindi va ritirato. Lo diciamo da mesi perché, come lo stesso Consiglio di Stato evidenzia, il dirigente pubblico opera al servizio della Nazione e non del politico di turno».

Dunque le motivazioni che sono alla base delle veementi proteste delle Associazioni dei dirigenti  pubblici trovano puntuale conferma nel parere del Consiglio di Stato. Renzi e la Madia dovranno escogitare qualche altro sistema meno scopertamente illegale per mettere le mani sull’amministrazione.

Tag:, , , ,

Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.