Il ricordo dell'allora seminarista

Firenze, alluvione: il Cardinal Betori, allora angelo del fango, il mio primo pastorale fu un badile

di Redazione - - Cronaca, Cultura

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Cardinale Giuseppe Betori

Cardinale Giuseppe Betori

FIRENZE  – La sofferenza, lo smarrimento sui volti dei fiorentini. Sono i ricordi, indelebili, dell’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, che insieme a una dozzina di seminaristi e giovani preti del Seminario dei Santi Ambrogio e Carlo, detto dei Lombardi, di Roma, arrivò a Firenze pochi giorni dopo il 4 novembre 1966.

A distanza di 50 anni, a lui, nominato arcivescovo della stessa città otto anni fa (anche in quell’occasione volle ricordare la sua prima esperienza a Firenze), piace sottolineare «l’immagine che il primo bastone che ho tenuto in mano a Firenze non sia stato un pastorale ma un badile: mi aiuta ad essere, diciamo così, nelle misure anche adesso quando, con il pastorale, incedo nelle chiese, in quei giorni piene di fango e acqua».

L’arcivescovo, aveva 19 anni, era arrivato al Lombardo da poco, l”università Gregoriana aveva aperto in ottobre, non esitò quando qualcuno lanciò l’idea di mettersi anche noi a disposizione della città per dare una mano in questa situazione di grande sofferenza. Tre di loro hanno fatto carriera: oltre a Betori sono diventati vescovi monsignor Luciano Monari, attuale pastore di Brescia, e monsignor Diego Coletti, da poco emerito di Como. «Allora il rettore era monsignor Ferdinando Maggioni, poi vicario generale a Milano e dopo vescovo di Alessandria, un uomo molto illuminato che vide in quest”esperienza un’attività formativa per no –  e, sorridendo aggiunge -, il mio primo studio di teologia l’ho fatto con la pala in mano». Ricorda l’affetto con cui venivano accolti nelle case, nessuno sapeva che erano seminaristi, «avevamo degli stivaloni e vestivamo tute come tutti i giovani in quei giorni».

Solo la sera, quando tornavano nella parrocchia di Sesto e nel teatro dove dormivano su delle brandine, la loro particolarità diventava evidente: Quando celebravamo Messa. Di loro non ci sono foto, le pagine dei giornali e dei libri sono piene degli angeli del fango che lavorarono alla Biblioteca Nazionale o nelle chiese del centro storico. Il gruppo si legò a un’associazione molto laica, il Servizio civile internazionale. A loro venne chiesto di andare a spalare nelle case della periferia, qualcuno di noi ricorda nella zona di Badia a Ripoli o di Gavinana, altri vicino a Sesto Fiorentino. Di certo eravamo in un quartiere popolare. E per la gente, prosegue nel ricordo monsignor Betori, eravamo davvero degli angeli, delle apparizioni non programmabili, una presenza che era un puro dono. Ancora oggi il cardinale è orgoglioso di essere stato tra la gente e non tra i libri, non per sminuire l’importanza della cultura – precisa -, soprattutto a Firenze, ma mi sembra che per un seminarista, un prete, un vescovo, sia molto più importante poter dire ho servito la gente. Ha l’immagine della melma portata via dalle cantine e, con la melma, i ricordi delle persone perché nelle cantine – prosegue l’arcivescovo – c’era la vita delle persone, come di quella signora alla quale recuperammo una cassetta d’acciaio con dentro le lettere che lei si era scambiata con il marito quando erano fidanzati.

Anche seminaristi e preti furono gli antesignani di quei giovani che davanti a certe tragedie, allora come oggi, vogliono partecipare, esserci, perché al fondo – continua Betori – era questo il tema: esserci ed essere accanto alla gente, essere dentro a un momento di sofferenza a fianco alla gente.

«La mia vicenda personale – conclude l’arcivescovo ancora con un sorriso – è caratterizzata dal fatto che, dopo tre o quattro giorni, mi presi una bella influenza e il resto della settimana lo passai a letto pesando sugli altri e non facendo più niente per Firenze», dove però, dopo molti anni, è tornato ancora per servire.

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