Esultanza dei sindacati ma il governo va avanti

Dirigenza pubblica, riforma: un parere del Consiglio di Stato dà l’altolà al governo

di Paolo Padoin - - Cronaca, Cultura, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Carionte, canto III dall'Inferno di Dante:

Canto III, 95-96, dall’Inferno di Dante: «Vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole, e più non dimandare»

Il decreto legislativo sulla dirigenza pubblica, approvato in bozza dal Governo Renzi a fine agosto 2016, e atteso nella sua versione finale per fine anno, ha ricevuto pesanti critiche dal Consiglio di Stato (con il parere del 14 ottobre), e lascia perplessi i rappresentanti del mondo sindacale. D’altronde i cambiamenti per i 35mila manager pubblici interessati dalla riforma (sono esclusi i dirigenti scolastici e quelli sanitari) non sono di poco rilievo: l’abolizione della suddivisione tra dirigenti di prima e seconda fascia, la cancellazione della figura dei segretari comunali, l’eliminazione dell’idoneità come risultato del concorso.

DURATA – Non mancano le novità controverse contestate anche dal Consiglio di Stato, ad esempio in merito alla limitazione della durata dell’incarico: la riforma prevede che i dirigenti pubblici possano avere lo stesso incarico per un periodo massimo di 4 anni, rinnovabile di altri 2, alla scadenza dei quali l’amministrazione sarebbe obbligata a mettere a bando la loro posizione.

PROFESSIONALITÀ – Su questa scelta non si trova d’accordo Enrico Matteo Ponti, Presidente di Uil Pa: «Quest’approccio rischia di ridurre la professionalità dei dirigenti, potendo essere costretti a cambiare mestiere con una certa frequenza. Inoltre, mentre in passato i bandi per i dirigenti potevano essere organizzati direttamente dalle Pa che li richiedevano, con la conseguenza che fra i criteri di scelta vi erano le specifiche competenze necessarie, ora, con un concorso unico nazionale, sarà impossibile scegliere i dirigenti sulla base delle capacità di volta in volta richieste». Quest’osservazione sembra ampiamente giustificata, tanto che anche il Consiglio di Stato ha bocciato, fra l’altro, la possibilità che, a richiesta dei ministeri, sia possibile selezionare il personale per la carriera diplomatica e prefettizia con il concorso unico nazionale, in quanto una tale modalità non sarebbe conforme al principio di buona amministrazione, oltre ad essere contrastante con le specificità di quelle carriere.

DATORE LAVORO – Un’ulteriore conseguenza della riforma è che, pur continuando ad essere previsto per il dirigente pubblico il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, il datore di lavoro diventerà l’amministrazione che impiega il dirigente, e non più quella che aveva organizzato il concorso in cui era stato selezionato. «Questa precarizzazione – osserva Federico Bozzanca, segretario nazionale della Cgil Fp – renderà i dirigenti meno indipendenti dai politici che guidano l’amministrazione, e questo certo non gioverà alla buona amministrazione della cosa pubblica». Ma la finalità della riforma del governo renzi è in realtà proprio quella di mettere le mani sulle amministrazioni e di inserire nei posti chiave dirigenti graditi al rottamatore.

CONTROLLO POLITICO – Insomma una riforma che va nella direzione del controllo politico della dirigenza pubblica, circostanza confermata anche dal fatto che si mantengono le percentuali del 30% per gli enti locali e del 10% per le amministrazioni centrali di copertura delle posizioni dirigenziali mediante la chiamata diretta, ossia senza concorso. In tal modo i vertici politici delle Pa possono utilizzare queste riserve per nominare dirigenti persone a loro vicine, e porle gerarchicamente sopra ai dirigenti che hanno vinto un concorso. Anche il Consiglio di Stato ha espresso forti perplessità su questo punto, affermando che non è ragionevole (pag. 56 del parere) prevedere una riserva di posti a soggetti esterni, senza prima verificare la presenza delle professionalità richieste nell’ambito dei dirigenti esistenti.

VERTICI – Dunque, alla fine saranno probabilmente i vertici politici a decidere, e questa tendenza a lasciare mano libera alla classe politica è rintracciabile anche nella cancellazione della figura del segretario comunale, che finora, anche se scelto dai sindaci, costituiva un rappresentante del ministero dell’Interno, che consigliava i procedimenti più legittimi, assistendo i sindaci nelle loro decisioni ed evitando loro rischi di finire davanti alla magistratura. Adesso anche questa figura viene eliminata, e non crediamo che gli stessi sindaci facciano salti di gioia.

RENZI – Ma così volle chi ormai guida – sia pure con improvvisi cambi di direzione e giravolte, profittando dell’inesistenza dell’opposizione – l’indirizzo legislativo e amministrativo del nostro Paese. E a chi ha l’ardire di contestare o chiedere precisazioni si risponde con una frase della Divina Commedia: «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare.» (Dante, Inferno, Canto III, 95-96 e Canto V, 23-24).

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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