Il dramma di 50 anni fa diventato un pezzo di teatro

L’alluvione di Firenze del 1966: quando Enrico Mattei, direttore de La Nazione, riuscì a scuotere Roma

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Cultura, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Enrico Mattei, direttore de La Nazione dal 1961 al 1970

Enrico Mattei, direttore de La Nazione dal 1961 al 1970

«Sotto la gran piova d’acqua», scrisse il Villani raccontando l’alluvione del 1333. Devastante come quella del 1966. Con una differenza: allora il più bel ponte della città, il Rubaconte, venne strappato via dalla forza dell’Arno. Sei secoli dopo, invece, il Ponte Vecchio, unico al mondo con le sue botteghe e l’irripetibile corridoio vasariano, riuscì a resistere alla violenza della corrente. Chi vide la gran piova, ora la racconta attraverso gli occhi di tre straordinari testimoni: un ragazzo di 16 anni che non sapeva che cosa fosse una calamità naturale; Enrico Mattei, direttore de La Nazione, capace di scuotere i palazzi del potere con la sua straordinaria penna, costringendo Roma a rendersi finalmente conto di che cosa era successo a Firenze, correndo in soccorso della città; Piero Bargellini, il sindaco, che stava per essere messo in minoranza dal consiglio comunale, e che invece si fece carico di affrontare l’emergenza e di guidare la ricostruzione. Tre racconti, tre punti d’osservazione, tre stati d’animo diversi. Ma un unico denominatore: il cuore straziato dalla vicenda apocalittica che aveva devastato Firenze. E l’impegno, ognuno con le sue possibilità e il suo ruolo, per dare una speranza e una spinta positiva verso la rinascita. Ne è venuto fuori un racconto a sei mani e sei occhi. Unico, vero struggente. Con un filo conduttore e un ritratto: quello di una Firenze che non piange e reagisce.

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ENRICO MATTEI

Primo novembre 1996, intorno a mezzogiorno. Piove a dirotto. A La Nazione squilla il telefono sulla scrivania di Enrico Mattei: «Direttore, mi scusi, sono la Toschina, la centralinista. La segreteria di redazione mi ha chiesto di chiamarle un taxi per andare alla stazione, ma non se ne trova uno … E’ festa, e con quest’acqua …». Risposta: «Grazie, fa niente, vado a piedi. Però mi trovi almeno un ombrello. Chi me lo può prestare? Ho intravisto in redazione il Goggioli, ma lui è un sportivo, non ha paura di bagnarsi… Forse il Marcolin, che con ogni tempo arriva, a piedi, da Porta Romana a Piazza Beccaria…». Pausa. Poi di nuovo: «Sì, direttore il dottor Marcolin glielo presta volentieri l’ombrello. Magari, le chiede di non lasciarlo a Roma, nella redazione di piazza San Silvestro, come l’altra volta…».

alluvione-polizia-1POZZANGHERE – Per le strade piene di pozzanghere. Perché vedete, io, Enrico Mattei, giornalista ormai di lunghissimo corso, non ho mai avuto l’abitudine di chiedere a uscieri e commessi di darmi un passaggio con la macchina del giornale. I privilegi, davvero, non ho mai saputo che cosa fossero. Appartengo a una generazione spartana. Fino alla prima metà degli anni Cinquanta, anche i parlamentari, a Roma, andavano a Montecitorio in autobus. Poi, poi, poi … Il diluvio era incessante. Ormai da giorni si abbatteva su Firenze e due terzi della Toscana. Era un’acqua fastidiosa e pungente, che penetrava nelle ossa. Ma in pochi, alla fine, se la prendevano più di tanto. I fiorentini davano la colpa alle cornamuse degli scozzesi, che avevano imperversato durante la settimana britannica. Le loro nenie ripetitive, dicevano, avevano fatto piovere. Per quanto ancora? Al giornale, le previsioni del tempo erano confinate in un quadratino con disegno. Pochi le seguivano. Non eravamo come gli americani che, per compiacere i coltivatori, dedicavano paginoni interi al meteo. Il mio condirettore, Marcello Taddei, giornalista puntuale e attento, era concentrato sulla situazione in Vietnam: il presidente degli Stati Uniti, Lindon Johnson, successore di Kennedy assassinato a Dallas, mandava moniti ad Hanoi. Mmmh, brutta storia quella del Sud Est asiatico… Il capo degli interni, il giovane Alberto Marcolin, che mi aveva prestato l’ombrello, mi teneva informato sulle vicende romane, dominate dagli scontri quotidiani fra Moro e Fanfani dentro la Democrazia Cristiana. Giordano Goggioli, lo sportivo, mi riempiva la testa con … mi sembra li chiamasse yè-yè … Però non era musica, non si riferiva a quei capelloni, i Beatles, che, l’ ho capito anch’io, erano diventati fenomeno mondiale. Lui parlava di calcio. Sì, della Fiorentina giovane che stava lanciando ragazzini che potevano aiutare a far vendere molte copie del giornale. Ho dato un’occhiata ai titoli della pagina sportiva e letto i nomi: Merlo, De Sisti, Chiarugi … Boh, neanche fossero gli scopritori del vaccino per il vaiolo!

ARNO – Che piovesse sembrava non interessare a nessuno. E nessuno badava alla piena dell’Arno. Che strano fiume: l’ho visto, gonfio e rumoroso, passando, sempre a piedi, davanti alla biblioteca Nazionale prima d’infilarmi in via Malcontenti, dove c’è il ricovero dei vecchi, Montedomini. Mi sono meravigliato: meno di due mesi fa, a inizio settembre, era sottile, sottile. Si vedevano i sassi del fondo. Nonostante il Manzoni, che venne a “sciacquare” i panni, e il campanilismo di chi è nato, cresciuto e… peggiorato a Firenze. Questo non è un fiume come il Tevere. Mi pare un torrentaccio, umorale come i fiorentini. Che quando c’è il sole son contenti e quando piove brontolano. Lo stesso fa l’Arno: limaccioso e assordante. Ma del resto, anch’io mi ritrovavo con ben altro per la testa. Eppoi, che volete,  a 64 anni, di burrasche ne avevo viste.

Piazza Signoria inondata, il 4 novembre 1966

Piazza Signoria inondata, il 4 novembre 1966

TELEFONATA  – Dunque, il primo novembre 1966 partii per Roma, dopo essere arrivato alla stazione di Santa Maria Novella bagnato come un pulcino con l’ombrello di Marcolin. Arrivato nella capitale, andai nel mio rifugio abituale: la sala stampa di piazza San Silvestro. Soliti incontri, solite telefonate con Montecitorio e Palazzo Madama. E soliti riti: corone d’alloro e discorsi, il giorno dopo, 2 novembre, giorno dei defunti. Il 3 cominciarono ad arrivare note sul 4 novembre, festa delle Forze armate e celebrazione della vittoria nella Grande Guerra. Che non piaceva ai comunisti, contrari a ogni nazionalismo. L’Inno di Mameli era sopportato, a stento, negli eventi sportivi internazionali. Al telefono, il condirettore Marcello Taddei mi diceva che anche Firenze si preparava all’evento: la parata militare alle Cascine. I soldati avevano lavorato ore e ore, sotto la pioggia battente, a sistemare lo scenario. E le bandiere sbattevano pesanti contro i palazzi flagellati dal vento e dall’acqua. A Roma quel fervore era, se possibile, più acceso. Telegiornale e giornale radio annunciavano nei titoli d’apertura la partecipazione delle massime autorità alle sfilate. La rigorosa Rai di Ettore Bernabei, punta di diamante della corrente democristiana che faceva capo ai Amintore Fanfani, voleva un’informazione ufficiale e togata… Improvvisamente, la sera del 3 novembre, le telefonate da Firenze si fecero concitate. «Direttore – mi diceva Marcolin con una voce insolita – in provincia d’ Arezzo l’Arno sta cominciando ad andare di fuori. Beppe Dragoni, il capo della redazione, mi dice che in Casentino è già emergenza. Nelle campagne la gente abbandona i casolari e porta in salvo le bestie».

alluvione66TRAGEDIA – Nonostante il vocìo della sala stampa, dove i colleghi erano impegnati a tradurre il politichese dei palazzi romani e non avevano minimamente idea di che cosa stesse succedendo in Toscana, qualcosa mi diceva che poteva capitare qualcosa di tragico, di assai più preoccupante dei campi allagati in una provincia ancora ad alta densità rurale. E durante la notte fra il 3 e il 4 novembre la situazione, progressivamente, peggiorò. La centrale operativa dei carabinieri aveva ricevuto pressanti richieste d’aiuto dal Valdarno. Alle dighe di Levane e La Penna si tenevano febbrili consultazioni, mentre dalle paratìe usciva una mostruosa massa d’acqua calcolata, più o meno, in 2100 metri cubi al secondo. L’Arno cresveva a dismisura. I tempestosi affluenti cominciavano ad andar di fuori. La gente saliva sui tetti. Venivano svegliati prefetti, sindaci, ingegneri del genio civile. Dissi al condirettore, Marcello Taddei, e a Marcolin, di richiamare tutti gli inviati: Piero Magi, Mauro Mancini, Giorgio Batini, Franco Nencini, Beppe Pegolotti (sì, scriveva della Fiorentina, ma era un grande giornalista, un inviato anche di guerra, finito perfino in campo di concentramento in India). Eppoi Pier Francesco Listri, Laura Griffo e tutti coloro che non si occupavano solo di cronaca, ma anche di cultura e di costume. Dissi che tutti dovevano essere pronti a partire. Mi chiesero: per dove? Andai in camera, ma naturalmente senza chiudere occhio. Il telefono squillava in continuazione: alle 2,30 mi riferirono che la strada fra Figline Valdarno e Incisa era ricoperta da due metri d’acqua. Completamente isolata, coi pochi soccorsi che erano riuscii ad arrivare, la gente del paese, sindaco e giunta in testa, aveva iniziato un massacrante lavoro riuscendo a portare in salvo tutte le persone, mentre una parte del paese era già sommersa. Nei poderi e nelle fattorie, tutti scappavano in alto, nelle colombaie, di fronte al mare d’acqua che avanzava. Tutti urlavano, sapendo che nessuno poteva sentirli. Ma anche a Firenze cominciavano ad aver paura. Il prefetto, De Bernart, correva con i carabinieri verso le zone già allagate. Sul Ponte Vecchio, scosso dalla piena che ormai passava a meno di un metro sotto le arcate, una decina di orafi, avvertiti dalle guardie di notte, cercava di portare via le gioie più preziose.

Via Panzani inondata dall'Arno, il 4 novembre '66: Giannini mise il microfono fuori di finestra per far capire il disastro ai vertici Rai

Via Panzani inondata dall’Arno, il 4 novembre ’66

MAGGIORELLI – La voce di Marcolin ormai tremava: «Direttore, la quantità d’acqua è eccezionale, un idrometro a monte di Firenze ne segnala sei metri e novanta, appena quarantacinque centimetri sotto il massimo delle piene degli ultimi anni. Ma l’Arno sale, sale: fa paura!”. Dalla cronaca di Firenze, Elvio Bertuccelli, il capocronista, mi fece sapere che all’Anconella gli impianti dell’acquedotto erano ricoperti dall’acqua. E che alle una avevano staccato i motori. I colleghi della cronaca avevano esortato l’operaio di turno, Carlo Maggiorelli, che aveva risposto alla loro chiamata, a scappar via. Ma lui non poteva lasciare gli impianti senza sorveglianza. Un eroe. Non molto più tardi, chiamarono per fare il sommario, ossia la locandina de La Nazione del 4 novembre 1966. Mi suggerirono le parole: «L’Arno straripa a Firenze». E io, come il capitano di una nave travolta dalla tempesta, detti l’ordine fatidico: si stampi! Poi la situazione precipitò. Mentre in tutt’Italia si celebrava il 4 novembre, giornata delle Forze Armate, da La Nazione mi informavano che la valanga d’acqua rotolava senza freni su Firenze. L’Arno aveva rotto a Bellariva: pareva un’ironia macabra quel nome, pronunciato nella tempesta. Dalle cinque alle sei, mi dissero che c’erano consultazioni febbrili fra il prefetto e i comandi militari. L’acqua aveva debordato e allagava le strade vicine al fiume. Le fogne saltavano. Via dell’Agnolo era già un torrente. Via de’ Bardi era investita da un’onda diretta e dal rigurgito del Pote Vecchio. La pavimentazione stradale scoppiava nel lungarno Ferrucci, nel lungarno Serristori, nel lungarno delle Grazie. Per non parlare della “nostra” via Paolieri: a La Nazione avevamo battezzato il nuovo stabilimento quattro settimane prima. Ora giornalisti e tipografi avevano il fango alla cintola. Le rotative, nuove di zecca, non tutte già adoperate, erano sepolte da qualche metro di una poltiglia fatta di acqua, fango e nafta. Qualche operaio era accorso e piangeva. Al telefono, un po’ tutti, mi gridavano: “Direttore è il diluvio. La fine. Si sentono i boati delle esplosioni, le centrali termiche scoppiano. Sembrano colpi d’artiglieria che accompagnano l’invasione dell’acqua, scura e maleodorante”.

L'alluvione di Firenze

L’alluvione di Firenze

OSPEDALI – Il rione di Gavinana si trovava in condizioni disperate. Ma dappertutto esplodevano drammi non certo minori. In Borgo Ognissanti, l’ospedale di San Giovanni di Dio sprofondava nella melma. L’Arno era entrato negli scantinati, aveva invaso il piano terra e dilagava nelle corsie. Medici suore infermieri correvano: ognuno con il suo malato sulle spalle, febbricitante e terrorizzato. Firenze per metà era un lago. Le isole asciutte aggrumate di gente e automobili. Gli stagni con delle case assurde emergenti dai terzi piani. I monumenti immersi nell’oleosa fanghiglia. La gente sui tetti. Il silenzio. Le grida. Quindi un’altra ora fatidica: le 9,45. L’Arno sfonda e irrompe in piazza del Duomo. Poco è la volta del neuropsichiatrico di San Salvi. In un’ora l’acqua sale di tre metri. I ricoverati sono in uno stato i profonda eccitazione, non si sa come calmarli. I medici li ammassano ai piani superiori ma mancano aiuti, l’ospedale è isolato. Bisognerà aspettare la notte perchè i vigili del fuoco, con un battello, riescano a superare fango e corrente e a portare le medicine. Così all’ospedalino Meyer. Così a Montedomini: poveri vecchi soli, una gran tristezza nel cuore. Più tristezza che freddo. Quattro povere cose da salvare, infilate in una borsa di plastica o in una valigia scorticata. Poi venne notizia dei primi morti. Gavinana, al solito, era la più colpita. L’acqua dilagava alle Cascine, anche nell’ippodromo: dove i garzoni di stalla mettevano in salvo i purosangue, i cavalli più pregiati, lasciando gli altri a un’orribile morte. L’Osmannoro era un lago, come mille anni fa. Seppi dopo dell’incredibile dramma di un babbo che si vide portar via dall’acqua la figlia di tre anni. Si chiamava Marina. La ritrovarono dopo 18 giorni e in un cunicolo di fango.

L'alluvione di Firenze, il 4 novembre 1966

L’alluvione di Firenze, il 4 novembre 1966

RITORNO – Seppi tutto questo da lontano, da Roma, fino allo stop delle comunicazioni. L’acqua arrivò a spaccare anche quelle, devastando i cavi e i fili che racchiudevano. Per questo di quel giorno da incubo vissuto da Firenze il 4 novembre 1966 mi mancarono una decina di ore. Sono quelle ch impiegai per arrivare dal romano Viminale alla fiorentinissima piazza San Marco. Il lungo tragitto fu da me compiuto con una colonna organizzata dal ministro Giovanni Pieraccini per un disperato tentativo di forzare la cintura d’acqua che aveva isolato Firenze. «Proviamo _ mi aveva detto Pieraccini – un modo per arrivare a destinazione lo troveremo. O, alle brutte, torneremo indietro». «Sei un ottimista _ fu la mia risposta _ potrebbe anche accaderci di non potere andare né avanti né indietro. So di una famiglia di amici ch’è rimasta immobilizzata sulla Cassia, vicino a Siena». Ma in questa vicenda fu l’ottimista che ebbe ragione. Alle 6 di sera del 4, dopo sette ore di marcia a zig zag attorno all’autostrada, eravamo a destinazione. Ci fermammo, o meglio fummo fermati nella parte alta di via Cavour, dove l’onda dell’Arno si era arrestata. Attraverso un’oscura cortina di pioggia battente, rotta qua e là dai fiochi lampeggiamenti di luci misteriose, piazza San Marco ci apparve un lago in tempesta. Lo alimentava un tributario impetuoso e vorticoso, che proveniva da piazza dell’Annunziata, lambiva il basamento della chiesa e volgeva precipite lungo via Cavour, verso il Duomo, Al suo scroscio sinistro si mescolava un immenso e sommesso brusìo umano. I fiorentini rimasti nella parte risparmiata dall’alluvione commentavano a bassa voce. Non udii pianti né lamenti. In quelli che potei vedere da vicino, o con cui potei parlare, trovai una trepida ansia per le sorti di persone rimaste nella parte della città invasa dalle acque. E un doloroso stupore per quello che era accaduto. Nulla di più. Né allora, né a tarda sera, né nella notte – quell’indimenticabile notte trascorsa in lugubre veglia sui bordi dell’altra città, di quella città che l’acqua ci aveva fatta lontana, misteriosa, inaccessibile come il mondo abitato di un altro pianeta, e pure ci sfiorava con l’alito, con il respiro affannoso – mi avvenne di assistere a una sola scena di disperazione.

IL GIORNO DOPO – La mattina del 5 novembre l’Arno si era ritirato dalle vie del centro, lasciando la città avvolta in una ripugnante coltre di fango e nafta. M’incamminai in quel viscidume melmoso, affondandovi a mezza gamba. Scivolai e caddi più volte nella poltiglia che si era raggrumata sui marciapiedi. Ero diretto al giornale, che la sera avanti mi era stato impossibile raggiungere. L’itinerario fu quello che mi consentì lo stato delle strade. In Borgo Pinti, in via de’ Pilastri, nella piazzetta di Sant’Ambrogio, nelle casupole che c’erano intorno a piazza Ghiberti, nel borgo alla Croce, incontrai per la prima volta in vita mia il popolo fiorentino. Credevo di averlo conosciuto, il popolo fiorentino, io figlio di madre fiorentina. Credevo di averlo conosciuto nei lunghi anni di collaborazione al “Nuovo Giornale” di Gastone Banti e, prima di dirigerla, a “La Nazione” di Egidio Favi. Credevo di averlo conosciuto attraverso il dialogo che per dieci anni con esso avevo intrecciato quotidianamente come commentatore dei fatti politici e poi per altri cinque anni come direttore. Invece no. Gli uomini, le donne, i vecchi, i ragazzi che incontrai quella mattina appartenevano a un’altra razza, a una razza di cui vedevo per la prima volta gli esemplari. Vagavo in un’immensa città morta, abitata da uomini vivi che volevano vivere. Volevano anche far rivivere la loro città, se la tenevano sulle braccia come una mamma angosciata iene in braccio il bambino malato, che non dà segni di vita, e guarda se respira ancora, e cerca di rianimarlo come può. Il brusìo della sera avanti era cessato. Tutti tacevano. Tacevano e lavoravano. I loro arnesi erano le scope e i secchi. I secchi e le scope. Chi non aveva secchi né scope s’era forgiato un rudimentale aggeggio di legno, una sorta di ruspa a mano, mettendo insieme quello che restava delle finestre, delle porte e delle sedie squassate dall’acqua. E lavorava con quello. Con quelle scope, con quei secchi, con quegli arnesi i fiorentini stavano aprendosi un primo varco, una prima nicchia nella montagna di fango trasudante acqua sotto la quale erano state sepolte le botteghe e i seminterrati, i primi piani e i piani rialzati della Pompei fiorentina. Attraverso quei varchi, da quelle nicchie, sarebbero uscite, qualche ora dopo, le carcasse sventrate dei banchi di vendita, degli stipi, dei mobili e delle masserizie perdute nel diluvio.

IL POPOLO – Era in atto la prima grande opera di soccorso a Firenze folgorata e caduta. In quell’opera erano impegnati i fiorentini e solo i fiorentini. Facevano tutti le stesse cose, silenziosamente come se fossero i soldati di un unico esercito agli ordini di un unico comandante, invisibile e misterioso. Il comandante, il capitano Nemo che li obbligava a quel lavoro, e con quell’ordine, con quella uniformità e con quella fatica, era l’amore per Firenze. Il popolo più diviso, più discorde, più litigioso del mondo s’era trovato fraternamente unito nella grande pietà di Firenze, e lavava e leniva le ferite aperte nel corpo straziato e dolorante di Firenze caduta a terra. La maggior parte delle migliaia, delle decine di migliaia di persone mobilitate dall’amore di Firenze in quella grande opera di prima assistenza avevano vissuto la giornata terribile asserragliate nelle case dei vicini dei piani superiori. Quelli di loro che l’alluvione aveva isolato altrove, all’asciutto o al bagnato, non avevano visto che una infinitesima parte dell’immenso guasto di Firenze. Eppure tutti, confusamente e istintivamente, sentivano che Firenze, la loro Firenze, la vera Firenze, la Firenze antica e moderna, dei piccoli commercianti e degli artigiani, delle botteghe e delle “buche”, dei mercatini e delle bancarelle, del Porcellino e di piazza dei Ciompi, questa cara Firenze doveva essere tutta così, tutta ridotta a uno stesso grado di squallore e di desolazione, né più né meno del piccolo campione che stava sotto i loro occhi. E del pari, confusamente e istintivamente, sentivano che quella loro fatica, in quelle disperate condizioni, con le scope, i secchi e le rudimentali ruspe a mano costruite con il legno delle seggiole e delle finestre sfasciate, era il primo atto di assistenza a Firenze. E il primo segno della volontà di far rivivere Firenze. Il loro teatro di battaglia era l’abitazione, o l’abitazione del vicino; era la propria bottega; o la bottega del vicino; e il tratto di strada, di marciapiede, antistante la propria casa e la propria bottega, o la casa e la bottega del vicino, Ma ora in tutti la sensazione viva che quello era il settore, solo un settore della grande controffensiva di Firenze, prostrata dall’invasione dell’acqua. Fu quello per me, spettatore e partecipe appassionato e commosso, il momento più bello e infervorante di questa indimenticabile vicenda. E ringrazierò sempre la Provvidenza di avermi riservato il privilegio di viverlo. Solo nella tarda mattinata del giorno seguente, guazzando tra la melma di Santa Croce o di via de’ Benci sulle orme del pletorico corteo del Presidente della Repubblica, udii alzarsi dalle case martoriate il lugubre grido: «Pane. Acqua!». Non avevo ma inteso fino ad allora il suono di queste parole. Per 48 ore i fiorentini erano stati tutti per Firenze. Nessuno aveva avuto un pensiero per sé. Non avevano inteso fame, né sete: ma solo un immenso struggimento, una sconfinata pietà per la loro città, per Firenze.

PANE, ACQUA – Ma era vero: mancavano acqua, pane, medicine. I vecchi morivano di polmonite. Nelle campagne vicine, a San Donnino, a San Mauro molta gente era ancora sui tetti: le mani livide aggrappate ai comignoli, la febbre addosso, senza sapere ase i soccorsi sarebbero arrivati in tempo. Le carogne di animali ammorbavano l’aria. Cera chi temeva la peste. Gli evasi scappati dalle Murate avevano assaltato due armaioli ed erano ancora nascosti in città, da qualche parte. Nei primi tre giorni funzionarono solo l’uomo, la croce, la falce e martello. I preti e le parrocchie si mobilitarono. E si aprirono per accogliere gente le case del popolo, i sindacati, i comuni di campagna. Il popolo per il popolo. Senza carta da bollo. O contro la carta da bollo. Lo Stato? Latitante. A nulla erano valsi gli sforzi per far capire a Roma che non si trattava del Polesine, né delle scatolette da mandare nell’Anatolia post terremoto, ma che stava morendo una comunità di mezzo milione d’abitanti, e insieme in un borgo d’arte, una città vetrina dove ogni ora che passava i capolavori finivano in briciole. O in poltiglia. Pensai che si dovesse fare qualcosa per scuotere Roma, per scuotere la politica, per scuotere il potere. E pensai anche che dovesse toccare a me, direttore de “La Nazione”, giornale nato per unire l’Italia in pieno Risorgimento, dare la spallata.

LETTERA AL CAPO DELLO STATO – Così, mentre si facevano grandi fatiche per costruire le pagine a Firenze, e farle stampare a Bologna, nella tipografie del confratello “Resto del Carlino”, scrissi la lettera aperta al Capo dello Stato: «Sappia, signor Presidente della Repubblica, che in tre giorni nulla è mutato in quel panorama di squallore e di desolazione che si offrì al suo sguardo. Ci sono delle pompe in azione, quasi tutte reperite da privati cittadini nelle campagne; le carcasse dei mobili, delle porte, delle finestre, i vetri, gli stracci, che una volta erano indumenti sono stati ammucchiati davanti agli usci sfondati; qualche tratto di marciapiede è stato liberato dal fango … ma l’operazione sgombero e ripulitura della città è sostanzialmente ferma. La gente si lamenta di non essere assistita; sono pochissime le strade e le piazze in cui si sono visti passare dei soldati; nel lungo itinerario da noi compiuto abbiamo visto un numero di ruspe semplicemente irrisorio, e molte di esse manovrate da privati cittadini… Situazioni come quella della nostra città non si fronteggiano con l’ordinaria amministrazione … Un popolo ammirevole per la calma, la fierezza e il coraggio dimostrati in questa occasione, confida in Lei, signor Presidente, confida di trovare nella Sua opera di sollecitazione, di sprone, di stimolo, quella energia giacobina che una classe dirigente ha il dovere di esprimere nelle ore difficili della vita nazionale, per essere all’altezza dei suo compiti». Alcuni, anche fra quelli che generalmente criticavano i miei commenti, disse che con quella lettera avevo salvato Firenze. Ne fui commosso. Ritenni di aver fatto solo quello che avevo potuto: cioè scrivere. Come durante il fascismo, come per il delitto Matteotti, come durante la guerra. Ho sempre cercato di fare il mio dovere servendo gli altri. E a proposito: salvai l’ombrello di Marcolin nell’avventuroso ritorno a Firenze con la colonna militare. E lo riconsegnai, così come me l’aveva dato prima del diluvio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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